Intervista al prof. Angelo Gino Levis sul rapporto fra campi elettromagnetici e salute fatta a maggio scorso.Prof. Levis, è opinione comune il fatto che non esiste prova scientifica certa che i campi elettromagnetici fanno male alla salute. E’ vero o non è vero?
«Questa affermazione viene fatta per uno scopo ben preciso, che è quello di sostenere che le ricerche non sono concluse e quindi non è il momento di prendere dei provvedimenti di tipo cautelativo; che bisogna proseguire le ricerche, avviare nuovi programmi o prolungare quelli che sono in corso. Ma tutto questo sta avvenendo ormai da troppi anni. Non è più credibile. Soprattutto non è credibile perché, se si esamina con attenzione e senso critico la letteratura scientifica, si vede che da tempo ormai esistono dati certi in alcuni casi, dati molto probabili in altri casi e possibilità di correlazione tra esposizione e rischi in altri casi ancora.
Ora, per fare il punto della situazione dobbiamo intanto distinguere i vari tipi di emissioni elettromagnetiche in base alle tecnologie che li emettono e alle frequenze.
Le bassissime frequenze, i 50 Hz degli elettrodotti per esempio, sono state indicate come possibili agenti cancerogeni dalla fine degli anni ’70 con le prime ricerche fatte con metodologie epidemiologiche (cioè su popolazione) negli Stati Uniti quando Wertheimer e Leeper hanno evidenziato un aumento dei casi di leucemia soprattutto nelle abitazioni in cui erano inserite cabine di trasformazione elettrica. Questi dati sono stati poi ampliati negli anni ’90. Sono state fatte una serie di indagini epidemiologiche in molti paesi su soggetti esposti residenzialmente ad elettrodotti ad alta tensione. Al di là degli studi singoli che avevano evidenziato incrementi statisticamente significativi di casi di leucemia, sono poi state fatte (intorno al 2000-01) due grosse analisi complessive, cioè quelle che in gergo scientifico si chiamano delle ‘pooled analyses’, in cui i dati di più studi vengono amalgamati, omogeneizzati in modo da rafforzarne il valore statistico. Una è stata fatta da Ahlbom per conto della IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro fondata a Lione da Lorenzo Tomatis) e riguardava una decina di paesi; l’altra è stata fatta da Greenland negli Stati Uniti e riguardava 17 diverse analisi. Sulla base di queste due grosse pooled analyses la monografia che la IARC ha pubblicato nel 2002 conclude dicendo che non c’è dubbio che ci sia una correlazione statisticamente significativa tra l’esposizione residenziale ad elettrodotti al disopra di valori intorno a 0,3-0,4 µT (micro Tesla, unità di misura del campo magnetico, n.d.r.) e un raddoppio dell’incidenza delle leucemie infantili. La IARC dice che potrebbero esserci degli errori, dei ‘ byas’ di selezione dei casi, ma che questi, anche se ci fossero, non sono in grado di spiegare quell’ aumento e che, se ci fosse un rapporto causale, questo potrebbe essere anche molto più forte di come risulta da questi dati».
Diciamo, quindi, che riguardo alle basse frequenze c’è un orientamento concorde nel mondo scientifico sul fatto che facciano male. Invece per l’altro tipo di frequenze, le cosiddette microonde, quelle emesse dalle stazioni radio base (Srb), dai ripetitori radiotelevisivi, dai cellulari, cosa ci dice.
«Queste sono tecnologie introdotte di recente. I cellulari sono in uso dalla popolazione generale a partire dagli anni ’90. Se teniamo presente che molti tumori, soprattutto i tumori alla testa, hanno tempi di latenza che vanno dai 10 ai 30 anni, i dati che sono stati raccolti in questi ultimi anni rappresentano sicuramente una sottostima di quello che potrà essere il dato finale. Perché solo una parte di questi tumori hanno avuto un tempo di latenza sufficiente per essere diagnosticati.
Allora, per rispondere alla domanda togliamo subito dal campo delle certezze le esposizioni residenziali a stazioni radio base (antenne di telefonia mobile cellulare, ndr) per le quali ci sono solo due studi che indicano una correlazione tra campi elettrici dell’ordine di 0,6 – 0,7 V/m (volt metro, unità di misura del campo elettrico, ndr) e aumento di incidenza di tumori nelle prossimità di questi impianti. Si tratta solo di due studi e vanno considerati come un segnale di allarme. Questi studi dovrebbero essere ripetuti e soprattutto incentivati anche dagli enti locali perché, in fondo, in tutte le nostre città è possibile fare indagini di questo tipo.
Per quanto riguarda gli impianti radiotelevisivi, ci sono dati contrastanti. Ma ci sono almeno cinque grosse concentrazioni di questo tipo di impianti, penso a Radio Vaticana di cui si è parlato molto, per i quali sono stati pubblicati incrementi significativi non solo di leucemie infantili, ma anche di mortalità per leucemia negli adulti. Ci sono dati contrastanti dicevo, ma molti dati negativi sono dati vecchi, raccolti con metodologie non convincenti. C’è, quindi, una indicazione anche in questo caso di un possibile, probabile rischio».
Per le antenne, in modo particolare quelle delle Srb non ci sono, dunque, certezze a causa del basso numero di studi e indagini epidemiologiche. E’ così anche per il telefonino cellulare e il suo uso?
«Per l’uso dei cellulari il discorso è diverso perché questo uso è massivo, perché l’ emissione del cellulare avviene in prossimità della testa, quindi irradia specificamente una parte del cervello, precisamente quella più prossima al lato della testa sul quale si appoggia il cellulare (ipsilaterale). Ci sono studi fatti soprattutto da Hardell in Svezia, che ha pubblicato una trentina di lavori a partire dalle prime segnalazioni del’99. Hardell ha poi fatto negli ultimi anni delle rianalisi dei suoi dati, che oramai assommano a tremila casi di tumori in utilizzatori di cellulari e altrettanti tumori, invece, in controlli non utilizzatori, e ha analizzato anche studi fatti da altri autori. Tutto questo lavoro mette in evidenza senza ombra di dubbio che c’è un rapporto causa/effetto tra l’uso prolungato del cellulare per tempi dell’ordine di 10-20 minuti al giorno, e almeno un raddoppio dell’incidenza di tumori maligni invasivi del cervello e di tumori benigni al nervo acustico. Oltre a quelli di Hardell ci sono dati di un gruppo israeliano di ricercatori che fanno capo alla Sadescki che rilevano tumori alla ghiandola parotide.
L’interessante è che molti dati confermano questo rapporto causa/effetto, cioè un rapporto strettamente legato all’intensità dell’esposizione. Prima di tutto questi tumori sono quasi sempre sul lato in cui viene usato il cellulare, quindi quello più esposto; quello contro-laterale, cioè il lato opposto, praticamente non viene raggiunto dalle emissioni dei cellulari. Secondo, c’è un rapporto quantitativo-progressivo con il prolungarsi delle esposizioni, cioè con gli anni d’uso (anche questo è indicativo di un rapporto dose/effetto). Terzo, ed è un dato molto significativo, Hardell ha osservato che, nelle situazioni in cui la copertura del campo elettrico da parte delle stazioni radio base è minore (per es. nelle zone rurali dove ci sono poche Srb, quindi c’è un segnale debole e il cellulare per supplire a questa debolezza di segnale attiva la sua batteria aumentando l’intensità dell’emissione) l’incidenza dei tumori è più elevata che non in città dove, invece, l’emissione del cellulare è più bassa anche di tre ordini di grandezza. Infine, l’uso di più tipi di telefoni mobili (per es. vecchi analogici, digitali e contemporaneamente cordless) aumenta ulteriormente l’intensità del rischio.
L’ultimo dato recente che ha pubblicato Hardell, molto preoccupante, è che nei gruppi che hanno cominciato ad usare il cellulare prima dei vent’anni e che hanno maturato almeno 10-15 anni di utilizzo, l’incidenza dei tumori è maggiore che nei gruppi che hanno cominciato in età più avanzata. Ovviamente non sappiamo cosa sarà quando i bambini che hanno cominciato sui 10 anni avranno maturato anche loro il loro tempo di latenza. Ma, vista la maggiore sensibilità che hanno i bambini a tutti gli agenti esterni, possiamo ben immaginarci che il dato sarà drammaticamente più alto».
Professore, lei da anni svolge un importante lavoro che è quello di mettere insieme e a confronto fra loro gli studi scientifici e le indagini epidemiologiche che si sono svolti e si svolgono attualmente nel mondo. Come mai, nonostante questa mole di studi, di letteratura scientifica, la scienza e la medicina ufficiali ancora non riconoscono l’impatto che i campi elettromagnetici hanno sull’ambiente e sulla salute della popolazione?
«Be’, possiamo ammettere che una parte della medicina ufficiale, diciamo -più in generale- della scienza, delle autorità preposte alla tutela della salute, sia in buona fede ignorante, cioè non conosca a fondo questa materia. Ma la causa principale di questo disinteresse è rappresentata da una disinformazione mirata, cioè da una disinformazione che si basa su una serie di dati apparentemente negativi, in realtà -dal punto di vista scientifico- privi di qualsiasi valore perché metodologicamente sbagliati. Dati negativi impostati con metodologie fatte apposta per produrre il risultato voluto e lavori finanziati massivamente dalle corporazioni che sono interessate al mantenimento e allo sviluppo di queste tecnologie. Parlo delle grandi imprese che gestiscono la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e in particolare delle grandi corporazioni legate alle tecnologie wireless, la tecnologia dell’informazione via etere.
Io ho censito oramai quasi 2000 articoli scientifici sia positivi che negativi e non sono il solo ad aver indagato la correlazione tra la fonte di finanziamento e il tipo di risultati ottenuti. Ci sono tanti lavori interessanti, anche dal punto di vista statistico, più forti che non i miei dati. Ma quello che oramai risulta in maniera molto chiara è che un lavoro finanziato da privati ha una altissima probabilità di dare un risultato negativo, un lavoro finanziato da enti pubblici ha un altissima probabilità di dare un risultato positivo. C’è una correlazione statisticamente significativa tra questi due parametri.
E’ sempre successo che quando ci sono interessi planetari le corporazioni intervengono finanziando i ricercatori. Ma la novità, drammatica, in questo settore è che questo tipo di infiltrazioni e di condizionamenti oggi interessa anche le grandi agenzie internazionali, le quali hanno gruppi di lavoro che sono ‘contaminati’ da scienziati in palese conflitto di interessi e queste stesse agenzie internazionali attivano programmi che sono in parte cofinanziati dai gestori. Faccio due esempi poi chiudo rapidamente.
Il grande progetto sui campi elettromagnetici varato dell’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) all’inizio degli anni ’90 e ancora in corso, è un progetto largamente cofinanziato sia dalle industrie elettriche sia dai gestori della telefonia mobile. Per di più i rappresentanti di queste industrie partecipano ai gruppi di lavoro che definiscono le linee guida e, quindi, consecutivamente i limiti di esposizione. La IARC di Lione che è sempre stata, almeno fino a quando era diretta da Lorenzo Tomatis, il punto di riferimento per tutti circa l’identificazione degli agenti cancerogeni, ha varato un grande progetto sul rapporto tra cellulari e rischio di tumori che si chiama ‘Interphone’. Questo progetto è finanziato per il 50% dalla Comunità Europea e per l’altro 50% da un consesso che vede riuniti tutti i gestori della telefonia mobile.
Allora, questo ci lascia veramente sgomenti, perché oggi i ricercatori si trovano con dei riferimenti di tipo istituzionale che non sono più credibili. Un fatto che comunque non scoraggia ricercatori indipendenti che si aggregano e che pubblicano rapporti molto significativi, come ad es. il cosiddetto Bioinitiative Report uscito nell’agosto del ’07 e redatto da venti dei più autorevoli e indipendenti scienziati».
Prof. Levis, l’Italia è uno dei paesi europei più tutelati sul piano normativo rispetto all’esposizione ai campi elettromagnetici. 6 V/m è il limite di attenzione che non può essere superato negli ambienti in cui si staziona per più di quattro ore.
Ritiene che questi limiti siano sufficienti a garantire la popolazione dai rischi sulla salute, oppure si pone oggi, qui da noi, il problema di una loro rivisitazione in chiave più cautelativa.
«Intanto va detta una cosa che raramente viene fatta presente. E’ vero che l’Italia ha dei limiti più cautelativi rispetto all’Inghilterra dove, per es., c’è un limite di 60 V/m per la videotelefonia. Ma è anche vero che l’Italia è, dopo la città di Hong Kong, il paese con il più alto rapporto tra numero di cellulari e numero di cittadini. Dai dati degli stessi gestori oggi in Italia abbiamo più di 80milioni di cellulari in funzione, questo comporta un aumento del numero delle stazioni radio base. Si verifica, dunque, che in Italia i valori ambientali espositivi reali che si riscontrano nelle città sono molto più alti rispetto, per es., alla Germania, che ha valori limite legislativi più elevati dell’Italia. Qui spesso i valori raggiunti dalle stazioni radio base sono dell’ordine di 3 - 5 V/m nelle abitazioni, mentre in Germania i valori medi sono al di sotto di 0,6 – 0,7 V/m, e questo proprio perché ci sono meno cellulari, quindi meno stazioni radio base. Questa è la prima osservazione.
La seconda è che, al di là della posizione italiana, ben otto stati membri della Comunità europea hanno nel tempo abbassato i limiti raccomandati dalla UE. Ed esistono paesi come il Lussemburgo che hanno valori ancora più bassi dell’Italia, hanno 3 V/m che verranno abbassati a 0,6 V/m entro il 2012, ed alcune città dell’Austria con una certa autonomia, come per es. Salisburgo, hanno addirittura valori limite come obiettivi di qualità - cioè valori da utilizzare in situazioni particolarmente a rischio come possono essere scuole, ospedali... - già oggi dell’ordine di 0,6 V/m.
La letteratura poi ci dice, sulla base dei dati esistenti, che nemmeno i 6 V/m italiano possono rappresentare un valore cautelativo, perché i dati sulle stazioni radio base per quanto riguarda l’incidenza non dico di cancri, ma soprattutto di disturbi acuti che vanno dalle cefalee all’insonnia, ai disturbi muscolari, alle aritmie cardiache e altro, si verificano a valori estremamente bassi, cioè valori che sono al di sotto di 1 V/m.
Quindi, proprio il Bioinitiative Report che ha raccolto oltre 2000 fonti bibliografiche, si conclude con una affermazione che mi ha dato una grande soddisfazione, perché ha indicato dei valori cautelativi che coincidono con quelli che io vado ripetendo da almeno dieci anni, e cioè 0,1 µT per le basse frequenze e 0,5 V/m per le alte frequenze. Questi sono i valori sui quali dovremmo orientarci.
Va anche detto che, senza entrare nel merito dei numeri, il Parlamento europeo da tre mesi a questa parte, dopo una prima presa di posizione della sua Commissione Ambiente e Sanità, ha praticamente all’unanimità raccomandato alla Commissione Europea di rivedere i limiti che lei la stessa ha suggerito nel ’98, che sono poi quelli dell’OMS, dell’ICNIRP e che la maggior parte dei paesi industrializzati hanno adottato. Ma ripeto, l’Italia ha limiti non sufficientemente cautelativi per le alte frequenze, ma soprattutto assurdi per le basse frequenze, limiti che non danno nessuna sicurezza sanitaria nelle esposizioni residenziali agli elettrodotti».
ANGELO GINO LEVIS
Già Professore Ordinario di Citologia e di Genetica/Mutagenesi Ambientale, presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Padova. Consulente dell’OMS presso l’International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione. E’ stato membro permanente, fin dalla fondazione (‘77), della Commissione Tossicologica Nazionale del Ministero della Sanità. Socio dell’Associazione Genetica Italiana, fondatore nel 1983 dell’Associazione Italiana di Biologia Cellulare e nel 1991 della Società Italiana di Mutagenesi Ambientale. Autore di 375 pubblicazioni scientifiche su problemi di genetica cellulare e di mutagenesi ambientale. Dal pensionamento (1997) si dedica allo studio ed alla divulgazione degli effetti dei campi elettromagnetici e nel 2002 ha partecipato alla fondazione dell’International Commission for Electro-Magnetic Safety (ICEMS). Componente della Commissione Oncologica Nazionale.
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