Mercoledì 23 Maggio 2012
   
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MEDAGLIA AL VALORE ALLA REPUBBLICA DI SALÒ

Vignetta_fascisti



Dare ai repubblichini di Salò lo status di combattenti, equipararli ai soldati che hanno combattuto la prima guerra mondiale del 1914-18; dare loro, dunque, “un riconoscimento analogo a quello concesso ai cavalieri di Vittorio Veneto”.  Per questo si chiede di istituire una onorificenza ad hoc: l’“Ordine del Tricolore”. E per evitare che sembri troppo quella che in effetti è, una operazione di revisionismo storico senza precedenti tesa a riabilitare chi collaborò coi nazisti, questo riconoscimento lo si vuole dare a “tutti coloro che, oltre sessanta anni fa, impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della «bontà» della loro lotta per la rinascita della patria”.

A fregiarsi del titolo di cavaliere dell’Ordine del Tricolore dovrebbero essere tutti “coloro che hanno prestato servizio militare (...) nelle Forze Armate italiane durante la guerra del 1940-1945 (...); nelle formazione armate partigiane e gappiste (...); nelle formazione dell’esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945”, cioè a chi fece parte della Repubblica Sociale Italiana (Rsi) che il quasi dissolto partito fascista ancora fedele all’asse Roma-Berlino costituì a Salò nel ’43 dopo l’armistizio dell’8 settembre.

A chiedere questa manipolazione genetica della storia è una truppa di onorevoli-PDL tra i quali spicca il locale parlamentare Francesco Divella, cofirmatario di una proposta di legge -la numero 1360- presentata in parlamento il 23 giugno scorso e attualmente all’esame della commissione Difesa della Camera.

Se questa proposta di legge dovesse essere approvata, dal giorno successivo alla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, tra partigiani e camicie nere, antifascismo e fascismo, non ci sarebbe più nessuna differenza, equiparati in un unico calderone storico che derubricherebbe i cinque anni di guerra mondiale e civile a un indistinto movimento “per la rinascita della patria”. Né amici, né nemici. Contro chi si sarebbe combattuto e per cosa, quella truppa di onorevoli non ce lo spiega.

Alla nostalgica destra che oggi ci ritroviamo in parlamento non è bastata l’amnistia di Togliatti, che fu data proprio per favorire la pacificazione in una Italia appena uscita dal conflitto col nazifascisno. Non è bastato l’MSI in parlamento, erede diretto dell’ex partito fascista pieno di repubblichini ancora in circolazione all’epoca, a cominciare dal suo segretario Giorgio Almirante. Non è bastato, neanche, che gli eredi degli eredi del fascismo confluiti in AN fossero sdoganati da Silvio Berlusconi e portati al governo, dove vi si trovano ormai da quindici anni.

E’ evidente che tutto questo non è bastato a cancellare l’onta di vedere le proprie radici, culturali e politiche, affondare non nella destra italiana in generale, ma nella destra fascista responsabile di un regime ventennale totalitario e antidemocratico, retto sull’assassinio degli avversari politici e sulla violenta persecuzione del dissenso politico, sociale, sindacale e culturale. Una destra fascista responsabile delle leggi razziali del ’38, che prepararono il terreno anche in Italia alla persecuzione degli ebrei e al loro trasferimento coatto nei campi di sterminio tedeschi. Sterminio e persecuzione che in Italia videro il loro momento più efferato (Fosse Ardeatine, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema...) proprio dal 1943 al 1945, periodo in cui operò la Repubblica di Salò valuta da Hitler e rimasta, sola, alleata dei tedeschi contro uno Stato italiano che veniva man mano liberato dal nazifascimo da partigiani e  angloamericani.

«Non si può riconoscere a chi ha contrastato lo stato italiano sovrano schierandosi con la Repubblica sociale il titolo di combattente. La Cassazione è chiara in merito. Tutte quelle pronunce sono concordi nel definire i repubblichini come nemici», è quanto ha detto dalle pagine de “la Repubblica.it” Giuliano Vassalli, presidente della Corte Costituzionale. Vassalli è nato nel 1915, era un giovane di circa trent’anni quando i fascisti lo arrestarono e lo torturarono, il fascismo dunque l’ha vissuto sulla sua pelle come milioni di italiani. Equiparare partigiani, deportati e militari ai repubblichini di Salò, è un tentativo che proprio non gli piace. «Lo status di combattente -aggiunge ancora l’emerito presidente della Consulta- non va riconosciuto a nessuno di coloro che fecero parte della Rsi. Bisogna dire no e non solo per ragioni politiche, ma anche dal punto di vista costituzionale».

Imporre per legge una simile equiparazione è una follia, è solo il segno della debolezza culturale di una destra che non riesce a fare i conti con i fantasmi del suo passato. In Germania, Francia o Austria oggi nessuno si sognerebbe mai di fare una operazione del genere; la proposta di legge di quella truppa di onorevoli non ha, infatti, precedenti in Europa.

Alla destra non le riesce di accettare che c’è stato chi ha avuto ragione e chi ha avuto torto, chi ha combattuto per la liberare l’Italia dal nazifascismo e chi ha combattuto per un governo fascista responsabile di aver trascinato l’Italia in guerra alleandosi coi nazisti. Le risulta difficile e imbarazzante accettare che c’è chi ha cercato di ostacolare lo sterminio di milioni di ebrei e centinaia di migliaia di zingari, handicappati, omosessuali, oppositori in generale e chi era al servizio di quell’orrendo sterminio.

Certo ci vuole pietà e rispetto per i morti, dell’una e dell’altra parte, ma questo non ha nulla a che vedere con l’oscena operazione di mettere sullo stesso piano vittima e carnefice.
I partigiani -cattolici, popolari, liberali, comunisti e socialisti- uniti nel Fronte di Liberazione Nazionale erano dalla parte giusta, camicie nere e repubblichini decisamente erano dalla parte sbagliata. C’è il tricolore dell’Italia fascista e il tricolore dell’Italia repubblicana che ha come fondamento costituzionale l’antifascismo. La storia non si cambia. Da quei fantasmi ci si può solo dissociare, come ha fatto l’attuale Presidente della Camera qualche tempo fa.

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