Martedì 28 Settembre 2021
   
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Epistolario delle origini. Al poeta Giacomo Leopardi

Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

 

Illustre e caro sig. Giacomo Leopardi, inizialmente vorrei manifestarti la mia stima e anche l’entusiasmo per la tua cultura e anche il disappunto che non ti sia stata mai concessa la possibilità di salire una cattedra universitaria così come era accaduto a Ugo Foscolo che per meriti militari e politici e con la raccomandazione di Vincenzo Monti era stato chiamato ad insegnare eloquenza  all’università di Pavia. 

            Non so se dirigere questa mia lettera al palazzo della tua famiglia nel !natio borgo selvaggio” di Recanati oppure sulla tua tomba nel Parco Vergiliano nella zona di Mergellina a Napoli.

            In questa fatica (è difficile dialogare sia pure attraverso una lettera con un poeta della tua levatura!) chiedo aiuto al monaco e sacerdote D. Divo Barsotti il quale ha scritto un saggio interessante dal titolo “La religione di Giacomo Leopardi” (San Paolo Edizioni, 2008), perché sono interessato più di tutto alla tua drammatica esperienza di credente che deve combattere con il pessimismo.

            Mi potresti raccontare la tua vita che inizia il 29 giugno 1798 nella casa aristocratica (meglio chiamarla: palazzo!) che si affaccia su quella che poi tu canterai come “la piazza del villaggio” con la finestra dalla quale spiavi la bella Nerina (Teresa Fattorini) che ti faceva battere il cuore. Appartieni ad una nobile famiglia perché il tuo papà Monaldo ha il titolo di conte e la tua mamma Adelaide Antici quello di marchesa e ancora oggi nella chiesa poco distante dal palazzo ci sono gli scranni riservati alla “gens Leopardi” sul lato destro dell’altare maggiore.

            Sono rimasto sempre impressionato dalla sterminata biblioteca familiare, che il tuo papà accanito bibliofilo, ha messo insieme con grandi sacrifici economici e ricordo l’emozione provata quando, per cortesia del custode, anni fa mi è stato permesso di sfogliare il grosso volume di S. Agostino.

            Certamente devi gratitudine ai tuoi educatori che ti hanno entusiasmato per la cultura e non puoi dimenticare il gesuita P. Giuseppe Torres e l’abate Sebastiano Sanchini. Con la loro guida hai studiato il latino, il greco ed anche l’ebraico.

Il tuo papà  Monaldo più tardi  darà questa testimonianza: “Da bambino fu…. sempre di una fantasia tanto calda apprensiva e vivace che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente”. E il tuo fratello Carlo ci darà questa informazione sul tuo sviluppo fisico ed intellettuale: “Mostrò fin da piccolo indole alle azioni grandi, amore di gloria e di libertà ardentissimo… Provocò funestamente precoce la sensibilità della natura. Anticipò quattro o cinque anni l’età dello sviluppo. Indi, com’egli mi confessò poi, tutti i mali fisici. Ebbe fin da fanciullo l’abilità straordinaria d’inventar fole o novelle,  di seguitarne alcune per più giorni, come un romanzo”.

In un primo momento “poetico-filosofico” scrivi le tragedie “Virtù indiana” (1811) in tre atti e  “Pompeo in Egitto” (1812); traduci l’opera ”Ars poetica” di Orazio in ottava rima (1811)  e diversi saggi filosofici. Nell’anno 1811 scrivi anche la Storia dell’astronomia. Nell’anno 1815 scrivi il “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi “ e dopo il tramonto dell’astro napoleonico e la sconfitta di Gioacchino Murat, fucilato a Pizzo di Calabria, scrivi l’Orazione “Agli italiani in occasione della liberazione del Piceno” (1815) e non trascuri di concludere la traduzione di classici come gli Idilli di Mosco e la Batracomiomachia. Porti avanti diversi progetti culturali e nell’anno 1816 oltre all’idillio funebre Le Rimembranze,la traduzione del secondo libro dell’Eneide di Virgilio nel clima del mese dei defunti (novembre-dicembre) avvertendo la paura della morte scrivi “Appressamento della morte”.

Nel periodo del passaggio dall’adolescenza alla giovinezza avverti che devi operare anche un decisivo passaggio culturale: da una prima fase “dall’erudizione al bello” ad una seconda fase “dal bello al vero” . Non una poesia di stampo classico-antico ma una poesia nuova, esistenziale anche se intrisa di forti sentimenti e moderna.           

 Nell’anno 1817 inizi un cordiale rapporto di amicizia con Pietro Giordani e con il suo incoraggiamento, a dispetto della tua salute malferma, traduci frammenti di Dionigi di Alicarnasso, insegui i fantasmi del “Primo amore” e del “Diario del primo amore”. Con il consiglio di Giordani invii all’editore milanese Stella la prima parte del “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” e dedichi al poeta Vincenzo Monti i tuoi componimenti poetici “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze”. Scrivendo il 30 aprile 1817 a Pietro Giordani fai un quadro della tua vita relegata nel “natio borgo selvaggio”: “Anzi le dirò  senza superbia che la libreria nostra  non ha eguale nella provincia, e due sole inferiori. Sulla porta ci sta scritto ch’ella è fatta anche per li cittadini, e sarebbe aperta a tutti. Ora  quanti pensa ella che la frequentino?Nessuno mai. Oh veda ella se questo è terreno da seminarci! Ma e gli studi le pare che qui si possano far bene? Non dirò che con tutta la libreria io manco spessissimo di libri, non pure che mi piacerebbe di leggere, ma che mi sarebbero necessari; e però ella non si meravigli se talvolta si accorgerà che io sia senza qualche Classico. Se si vuol leggere un libro che non si ha, se si vuol vederlo anche per un momento, bisogna procacciarselo col suo denaro, farlo venire di lontano senza poter scegliere né conoscere prima di comperare, con mille difficoltà per via… Ma quel non avere un letterato con cui trattenersi, quel serbarsi tutti i pensieri per sé, quel non poter sventolare e dibattere le proprie opinioni, far pompa innocente de’ propri studi, chiedere aiuto e consiglio, pigliar coraggio in tante ore di sfinimento e svogliatezza, le par che sia un bel sollazzo?... Ma pognamo che tutto questo sia nulla. Che cosa ha Recanati di bello? Che l’uomo sicuri di vedere o d’imparare? Niente. Ora Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo, tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere; la terra è piena di meraviglie, e io di diciotto anni potrò dire: In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?”. Questa esperienza di oscura e dolorosa vita quotidiana la canterai nelle “Ricordanze”.

 Il clima oppressivo e angusto di Recanati insieme alle tue precarie condizioni di salute  ti prostrano e allora, nel luglio dell’anno 1819, fai un primo tentativo di fuga. Ritornato nella piccola cittadina componi L’Infinito e poi ancora Alla Luna ed esprimi il tuo entusiasmo per il ritrovamento dell’opera “De Republica” di Marco Tullio Cicerone nella canzone “Ad Angelo Mai”. A sfatare il mito del nobile letterato racchiuso nel bunker suoi studi tu partecipi agli eventi del tuo tempo e cerchi di capire le ragioni della storia che interessa la patria e l’Europa. Sei vicino alla sorella Paolina cui dedichi una canzone in occasione del suo matrimonio con una riflessione sul ruolo sociale della donna e poi ad uno sportivo “A un vincitore nel pallone”.

            Finalmente nell’anno 1822, dopo esserti impegnato nella composizione dei canti:  Alla primavera, Ultimo canto di Saffo, Bruto Minore, Inno ai Patriarchi, con gli zii materni raggiungi Roma, dove speri di realizzare i tuoi sogni di affermazione culturale. Avverti una grande delusione perché scopri la decadenza civile della città eterna, la corruzione del clero, l’emarginazione sociale della cultura e della poesia. Ti convinci sempre più della decadenza dei valori e quindi avverti la tua personale infelicità. Hai l’opportunità di conoscere eruditi stranieri con i quali avvii un cordiale rapporto: Bunsen, Tiersch, Jacobsenn, Kraup.

Nel maggio dell’anno 1823 rientri a Recanati dove componi la canzone “Alla sua donna” nella quale manifesti una iniziale e sognante infatuazione amorosa .

In un foglio di appunti, redatti per un saggio dal titolo “Giacomo Leopardi e il Cristianesimo”, ritrovo l’elenco delle tue letture negli anni 1823-1830 e di alcune tue composizioni (discorsi): Giovanni Crisostomo, S. Basilio, Passavanti, Omelie di Origine, Giuseppe Flavio, Aristide, Inno al Cretore di Francis Thompson, Orazione funebre per il papa Pio VI di Mons. Erskin, Martirio dei Santi Padri del monte Sinai… Per una Messa novella, In nativi tate Jesu, Christi mors, Canzone di G. B. Roberti, La morte di Saulle e poi i tuoi discorsi: Crocifissione e morte di Cristo, La flagellazione.

            Questa scheda potrebbe aiutare ad una riflessione critica sulla tradizionale e classica interpretazione del tuo pessimismo cosmico di matrice illuministica con venature di ateismo. Dovrei ricordare in questo contesto anche la tua fine quando dal tuo amico Antonio Ranieri fu chiamato al capezzale un sacerdote che ti offrì gli ultimi conforti religiosi.

            Nell’anno 1824 avvii  la tua attività in prosa e ti dedichi alla stesura delle Operette morali. Negli anni successivi sei a Bologna e a Milano interessato ad una edizione delle opere di Cicerone presso l’editore Stella e  ne approfitti per far visita al vecchio Vincenzo Monti. Durante gli anni della permanenza a Bologna gli amici come il Bunsen brigano per farti avere una cattedra universitaria, ma sei costretto a rientrare nella tua Recanati e attraverso gli amici di Bologna raggiungi Firenze e poi anche a Pisa, il cui clima ti alleggerisce le sofferenze. Proprio nella città di Pisa componi Il Risorgimento e la canzone A Silvia

Rientri a Recanati ed inizia la stagione della tua immortale poesia affidata ai “Grandi Idilli” di cui ricordo i titoli: Il passero solitario, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto notturno di un pastore errante nell’Asia. Sogni anche l’amore dopo l’incontro con Fanny Targioni-Tozzetti, ma il sogno svanisce anche a causa delle tue croniche e fastidiose malattie.

Nell’ottobre del 1833, in compagnia dell’amico Antonio Ranieri, raggiungi Napoli dove cerchi di dimenticare la volubile Fanny scrivendo Aspasia e inizia la stesura dei Paralipomeni della Batracomiomachia. Abiti in Vico Pero vicino a S. Teresa degli Scalzi. Durante l’infuriare del colera nell’aprile del 1836 ti ritiri in una villa del Vesuvio e componi La ginestra e Il tramonto della luna. Le tue sofferenze sono atroci e muori il 14 giugno 1837. I tuoi resti a causa del colera che imperversava furono salvati dalla fossa comune per le manovre del tuo amico Antonio Ranieri e sepolte nell’atrio della chiesa di S, Vitale martire a Fuorigrotta. Più tardi nella stessa zona del parco Vergiliano dal 22 febbraio 1939 un cippo marmoreo segna la tua sepoltura insieme alle tombe del poeta latino PublioVirgilio Marone, del poeta italiano Jacopo Sannazzaro e del musicista Giovanni Battista Pergolesi, quest’ultimo deceduto nella vicina Pozzuoli.

Riesce impossibile in una breve lettera confrontarsi con la tua produzione letteraria che va dai pesanti studi matti alle riflessioni filosofiche esistenziali e alle lucide e commoventi visioni poetiche. La tua non è una poesia scolastica, ricopiata su moduli accademici, ma una poesia che sgorga da una intima sofferenza che  è dolorosa esperienza di vita e da una partecipazione ai sogni e alle lotte degli altri uomini.

Scorrendo i versi dei tuoi Canti è possibile recuperare alcune istantanee del tuo natio borgo selvaggio: il verone del paterno ostello, la torre del passero solitario, la piazza del villaggio, il colle dell’infinito da cui magari hai contemplato le vaghe stelle dell’Orsa. Non sempre sei benevolo con i tuoi paesani che giudichi “gente,zotica, vil, cui nomi strani e spesso argomento di riso e trastullo sono dottrina e saper”:

Non puoi fare a meno di ripensare alla tua infanzia: “Sento dal mio letto suonare (battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio.” Proprio nelle Ricordanze non dimentichi il pensiero di farla finita: “E già nel primo giovanil tumulto / di contenti, d’angosce e di desio, / morte chiamai più volte, e lungamente / mi sedetti colà su la fontana pensoso di cessar dentro quell’acque / la speme e il dolor mio”.

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