Martedì 28 Settembre 2021
   
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Lettera a Sir Thomas More Lord d'Inghilterra (PRIMA PARTE)

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Tratto da "La Voce del Paese - edizione Rutigliano" nelle edicole da sabato scorso.


Epistolario delle origini

          A SIR THOMAS MORE

          Lord Cancelliere di Inghilterra (prima parte)

          Illustre Sir, richiamando il tuo capolavoro di filosofia della politica a questa lettera dovrei dare il titolo: “L’utopia della politica e della santità”, volendo così sottolineare il fatto che nella tua esistenza hai saputo sintetizzare la politica con la santità, operazione difficile che hai saputo realizzare con sano e brillante umorismo.

            Dovrei consegnare questa lettera nella cella della Torre di Londra, dove hai trascorso raccolto nella preghiera e nello studio l’ultimo periodo della tua vita che pure aveva conosciuto l’agiatezza, la fama e il potere della corte del re d’Inghilterra. 

            Vieni alla luce il 7 febbraio 1478 nella casa di John More e di Agnes Granger, sita in Milk Street nel quartiere di Chelsea di Londra.

            Dopo aver frequentato la St. Anthony’s School diventi paggio nella casa di John Morton, cancelliere d’Inghilterra e poi anche cardinale.  Sarà proprio il card. Morton  nel 1492 a patrocinare il tuo ingresso ad Oxford per studiare latino e greco e perfezionare la tua formazione umanistica. L’anno dopo sei ammesso al New Inn di Londra per studiare Diritto e poi ti trasferisci il 12 febbraio 1496 all’istituto Lincoln’s Inn di Londra dove aveva già studiato il tuo papà  per perfezionarti nelle materie giuridiche. Ti fai un nome come autore di epigrammi in onore di illustri defunti.  Intanto vieni a conoscenza che il 12 ottobre 1492 il marinaio genovese Cristoforo Colombo con le sue tre caravelle Nina Pinta e Santa Maria ha raggiunto le nuove Indie, cioè il continente America e dopo alcuni anni Giovanni Caboto è arrivato a Terranova.

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            Certamente sei stato dolorosamente sorpreso delle notizie circa la scandalosa vita della corte pontifica dominata dalla corruzione della famiglia Borgia (Callisto III e Alessandro VI) e poi quello che era avvenuto il 23 maggio 1498 a Firenze dove in piazza della Signoria era stato bruciato sul rogo con l’accusa di eretico fra Girolamo Savonarola, il profeta disarmato della Repubblica Fiorentina. Mi potresti raccontare anche la fatica di una tua scelta di vita che avvertiva il fascino della consacrazione religiosa con una lunga sosta presso il convento francescano di Greenwich e la certosa di Londra.

Poi hai deciso di vivere con passione la tua vita familiare sposando Jane Colt, la mamma dei tuoi quattro figli, e poi, dopo la sua morte, conducendo all’altare Alice Middleton.   Sei confortato dall’amicizia di Erasmo di Rotterdam che tu incontri negli anni della sua permanenza in Inghilterra e che ti sarà sempre a fianco sollecitandoti nelle tue esperienze letterarie che vanno dalla Storia di Riccardo III alla traduzione dal greco dei Dialoghi di Luciano e alla biografia di Giovanni Pico della Mirandola, protagonista del Rinascimento in Italia. Percorri anche una brillante carriera politica e la prima tappa è quella del 21 gennaio 1504 quando entri a far parte della Camera dei Comuni e nel frattempo lavori come consulente legale per la Livery Companiese la The Merchant Adventures La tua famiglia cresce con la nascita prima di Marghareth (1505) e poi di Elizabeth (1506), Cicely (1507) e John (1509). E’ una casa aperta all’ospitalità e più volte è tuo ospite l’amico Erasmo, il quale nell’anno 1511 scriverà la sua opera “Elogio della follia” e avrà la delicatezza di dedicartela.

Il tuo rapporto con il re Enrico VII non è molto sereno perché mantieni sempre la tua libertà di giudizio e così entri in conflitto. Subisci dignitosamente l’affronto di vedere imprigionato tuo padre e di dover pagare una multa. Proprio con  sensibilità europea nel 1508 visiti Parigi e Lovanio e così ti liberi per qualche tempo dagli ambienti della politica. Quando nell’aprile 1509 viene eletto re Enrico VIII speri che ci sia un clima di libertà almeno per gli intellettuali. Il 3 settembre 1510 sei nominato vice-sceriffo di Londra e ti si aprono nuove prospettive di carriera politica.

Sei chiamato a svolgere diverse missioni diplomatiche e durante il soggiorno ad Anversa dell’anno 1515 stendi la tua opera di riflessione politica cui dai il titolo di “Utopia”, rifacendoti al classico testo “La Repubblica” di Platone e  poi non dobbiamo dimenticare La città di Dio di S. Agostino. La prima edizione sarà stampata nel dicembre 1516 a Lovanio con la raccomandazione di Erasmo da Rotterdam, il quale ne scriverà con entusiasmo il 25 agosto 1527 all’editore John Forben di Basilea. La enciclopedia Treccani ne offre questo quadro sintetico: <<Nel primo libro sono aspramente criticate le condizioni politiche dell’Inghilterra dei Tudor;nel secondo viene proposto lo stato ideale tramite la descrizione delle leggi e delle consuetudini  degli abitanti di un’isola immaginaria (Utopia): qui i cittadini vivono come in una grande famiglia in comunanza di beni, sotto il governo di un senato di saggi che può ricorrere anche alla diretta consultazione popolare; tutte le religioni sono ammesse, e nessuno può con la forza convertire gli altri; fondo comune di tutte le credenze è la fede in un esser provvidente e buono. Siamo così innanzi  una società retta secondo la ragione naturale, implicitamente contrapposta alle società europee, e soprattutto a quella inglese, caratterizzata da ingiustizie e violenze>>. 

Non è male rileggere qualche pagina della tua <<Utopia>> nella traduzione italiana di Davide Sala pubblicata da Giunti Gruppo Editoriale, Firenze 2003.

Nell’introduzione presenti il tuo lavoro all’amico Pieter Gilles(1486-1533) e sottolinei che il comune amico Raffaele vero maitre à penser aveva un discorso “non raffinato, in primo luogo perché improvvisato ed estemporaneo e in secondo luogo perché chi lo pronunziava  conosceva meglio la lingua greca di quella latina” e che il tuo impegno è stato quello di trascrivere trascurando l’eloquenza ma rimanendo fedele alla verità. Ne approfitti per descrivere la tua giornata molto impegnativa a livello professionale e familiare: “Infatti sono sempre in tribunale, indaffarato  a trattare o seguire cause, oppure ad assistervi come arbitrio o giudice, per esporre alla fine la mia sentenza.

Devo far visita ora a questo per ragioni d’ufficio, ora a quest’altro per i miei affari privati, e quasi tutto il giorno  e ne va fra il tribunale e la varia gente. Il tempo rimanente lo dedico alla famiglia e così non me ne resta alcuno per me stesso, ossia per la mia attività di scrittore. Quando torno a casa devo chiacchierare con mia moglie, sgridare i miei figli e discutere con i servitori: tutte cose che considero miei doveri. Infatti è necessario che le si faccia(se naturalmente non si vuol diventare estranei in casa propria).tutti dovrebbero sforzarsi di essere buoni e gentili con quelli che per natura, per caso o per scelta sono divenuti i compagni della loro esistenza purché, con la troppa familiarità e gentilezza, non si corrompa la disciplina facendo dei servi i propri padroni. I miei giorni, i mesi e gli anni trascorrono tra le attività di cui ti ho perlato.

Quando posso scrivere allora? Non ti dico, poi, del tempo che se ne va nel riposo e nel mangiare, cosa a cui molti dedicano altrettanto tempo che al sonno, che pure si porta via quasi la metà della nostra vita. In somma sono costretto a scrivere in quelle ore che rubo al sonno e ai pasti…” (p. 14)

Magari suggestionato dalle notizie della scoperta fatta da Cristoforo Colombo avverti l’opportunità che la Chiesa possa considerare di aprire una missione e ne fai carico a “un teologo devoto e pio che desidera ardentemente  raggiungere Utopia: non per vana curiosità di nuove scoperte, ma con l’intento di diffondere ulteriormente la nostra religione che laggiù ha già cominciato ad attecchire con buona fortuna. Ha in mente di farcisi mandare dal Pontefice con la nomina di Vescovo di Utopia, per nulla frenato dalle suppliche  che dovrà inviare per ottenere questo ufficio. E’ convinto della santità della sua ambizione, mossa non dalla ricerca dell’onore o del guadagno, ma da cristiano zelo”. (p. 16) Come non vedere in queste tue parole una critica alla scandalosa simonia che deturpa la Chiesa di Roma nel periodo dei pontificati di casa Borgia (Callisto III e Alessandro VI). 

Non ti nascondi la difficoltà di trovare lettori per la tua opera che risulterà provocatoria: “I gusti degli uomini sono così diversi, gli ingegni di alcuni tanto bisbetici, gli animi così ingrati e i giudizi tanto ingiusti che quasi preferiscono chi si dà alla bella vita seguendo gli impulsi sensuali a chi si pena scrivendo qualche cosa di utile o divertente per gli altri, i quali per altro l’accoglieranno in ogni caso con sdegno e ingratitudine. I più non hanno cultura e moltissimi la disprezzano; i barbari accettano solo quello che ha una sua barbara semplicità; i saccenti disdegnano tutto ciò che non è infarcito di parole vecchie e in disuso. Ad alcuni piacciono soltanto le cose antiche, ai più solo le proprie.

Certi son così tetri che non apprezzano nessuno scherzo, altri tanto insipidi  che non sopportano il sale dell’arguzia. Alcuni sono così privi di fiuto che fuggono alla sola vista di un naso, come chi è stato morso da un cane rabbioso di fronte all’acqua. Taluni sono tanto instabili che cambiano idea ogni ora e da seduti dicono una cosa per smentirla non appena sono di nuovo in piedi. Altri siedono nella taverne e ì, fra un boccale di vino e l’latro, danno giudizi sui letterati e con grande autorità condannano quelli che non apprezzano tirandoli per i capelli, ma intanto loro se ne stanno sicuri e, come si dice, ‘fuori tiro’, perché sono cos’ ben rasati e unti che non gli si trova nemmeno un pelo di rispettabilità per afferrarli.

Certi sono talmente ingrati che, anche se apprezzano un’opera, non per questo rinunciano a criticarne l’autore: In ciò somigliano a quegli ospiti senza un briciolo d’umanità che, dopo essersi rimpinzati di buon cibo,abbandonano il banchetto senza dire neanche una parola di cortesia a chi li aveva gentilmente invitati” (p. 17)

Anche tu sei affascinato dai viaggi verso le terre lontane e citi Amerigo Vespucci con i suoi quattro viaggi. Con l’aiuto di un principe Raffaele e i suoi compagni iniziano l’esplorazione di nuove regioni con l’aiuto della bussola  sul cui uso esprimi qualche perplessità: “Ora, fondandosi grandemente della bussola, navigano anche nell’inverno più tempestoso senza alcun timore. Il rischio è che una cosa che doveva rendere loro un buon servigio possa tramutarsi, per l’eccessiva fiducia che vi ripongono, in una fonte di disgrazie” (p. 24) 

(Continua nel prossimo numero de La Voce del Paese nelle edicole di Rutigliano sabato prossimo...)


Sac. PASQUALE PIRULLI

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