Venerdì 17 Settembre 2021
   
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Epistolario delle origini. All'Uomo della Sindone

Don Pasquale Pirulli

Epistolario delle origini

          All’UOMO DELLA SINDONE  - Torino

La ricorrenza odierna 19 aprile 2015, data dell’inizio delle ostensione del telo sindonico per festeggiare i duecento anni della nascita di S. Giovanni Bosco, quel telo che ti avvolse nella pace del sepolcro e sul quale tu hai lasciato la tua misteriosa e sconvolgente immagine, mi riporta l’emozione della sosta in preghiera avvenuta nella stessa data cinque anni fa.

Dopo una corsa nella notte più che aspettare l’orario precedentemente fissato delle ore 11,30 decidemmo con gli amici pellegrini di iniziare il percorso che ci avrebbe portato dinanzi alla tua drammatica immagine. Un lento cammino di preghiera illuminato da alcune slides della storia della città di Torino e di questo antico telo di lino che il beato Paolo VI nella ostensione televisiva del 23 novembre 1973 così presentava: “Noi pure come fossimo presenti, fissiamo lo sguardo del nostro spirito con la più attenta e devota  sulla Sacra Sindone… Non ignoriamo quanta pietà fervida e commossa la circondi…il volto di Cristo, ivi raffigurato, riapparve così vero, così profondo, così umano e divino, quale nessun’altra immagine”.

Gli evangelisti fanno menzione del telo sindonico in cui è avvolto il corpo del crocifisso del Golgotha che prima del tramonto del giorno di Parasceve.,cioè del 07 aprile 30, viene deposto nel sepolcro nuovo prestato dal ricco Giuseppe di Arimatea   Giovanni Marco, interprete di Pietro, racconta con brevità: “Egli (Giuseppe di Arimatea) allora, comprato un lenzuolo, lo depose della croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro” (Mc 15, 46). Il vangelo di Matteo conferma la prima informazione: “Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia: rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò” (Mt 27, 59-60) Il vangelo di Luca, il medico nativo di Antiochia, racconta con acribia di storico: “Giuseppe di Arimatea lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise  in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto” (Lc 23, 53). L’evangelista Giovanni nel delineare il quadro della sepoltura di Gesù a fianco di Giuseppe di Arimatea pone la devota collaborazione di Nicodemo, che aveva avuto con il rabbi di Galilea, un indimenticabile incontro notturno: “Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù chiese a Pilato di prendere  il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e aloe. Essi presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura”.(Gv 19, 38-40) Non si parla specificatamente del lenzuolo che certamente è presente tra i teli funebri (in greco: othonia) che sono nel sepolcro e vengono notati da Pietro e Giovanni che ispezionano il luogo dopo l’allarme del sepolcro aperto e della scomparsa del corpo del maestro crocifisso lanciato dalle donne: “Giovanni si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato posto sul suo capo – non posto là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per prima al sepolcro, e vide e credette” (Gv 20, 5-8).

I primi secoli del cristianesimo nascondono nel silenzio il telo sindonico forse perché l’oggetto funebre era ritenuto “impuro”, forse perché la sua conservazione poteva essere giudicata passibile di pena come reato, forse anche per preservarlo da qualsiasi tentativo di furto o di distruzione. Una traccia della sua esistenza la si individua nel mandylion di Edessa, che ha lasciato memoria in documenti storici e il cui volto è stato il prototipo di rappresentazioni del Cristo nell’arte orientale e occidentale, conosciuto anche come “Veronica” o “Volto Santo”.  Il Mandylion di Edessa, che con molta probabilità, è la sindone ripiegata in modo tale da far veder solo il volto, lo ritroviamo a Costantinopoli nell’anno 944 dove viene disteso per la venerazione dei fedeli nella chiesa di S. Maria di Blacherne. Durante il saccheggio della quarta crociata nell’anno 1204 la sindone è vista in quella chiesa dal crociato Robert de Clari. Nel trambusto caotico della presa della città probabilmente è presa da Othon de la Roche che la trasferisce in Francia. Attraverso lasciti dinastici perviene a Geoffry de Charny che alla metà del sec. XIV a Lirey (Francia) risulta il possessore. Finalmente nell’anno 1453 Marguerite de Charny affida il telo a Ludovico di Savoia e alla sua moglie Anna di Lusignano che la portano a Chambery, capitale del loro di ducato. Soltanto nel 1578 questo telo funebre di lino è trasferito a Torino per facilitare il pellegrinaggio penitenziale di S. Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, inteso a invocare la protezione di Dio sui fedeli della vasta archidiocesi afflitti dalla peste. Dal 1694 al 1993 è stata custodita nella scenografica cappella barocca di Guarino Guarini. E’ significativo il nascondimento della Sindone durante la seconda guerra mondiale quando il card. Maurilio Fossati parte da Torino il 7 settembre 1939 nascondendola in una cassa con la dicitura “Reliquiari” e dietro indicazione del sostituto della segreteria di stato Mons. Giovanni Battista Montini   l’affida alla custodia dell’abate del santuario di Montevergine Mons. Giuseppe Ramiro Marcone che la riceve il 25 settembre 1939. Il 28 ottobre 1946 il cardinale Maurilio Fossati, accompagnato dal prof. Luigi Gedda e Carlo Carretto, ritorna a Montevergine e quale attestato di gratitudine nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 1946 la espone alla venerazione degli ignari monaci che nulla sapevano del tesoro da essi custodito sotto l’altare  del “coro di notte”. La sindone riprende la strada del nord prima in macchina fino a Roma e quindi in treno e raggiunge Torino il 31 ottobre  1946  dove  è conservata nella Cappella Palatina. Prima della sua morte il “re di maggio”  Umberto II il 27 marzo 1981  dispone che alla sua morte la Sindone diventi proprietà della Santa Sede e così in data 14 novembre 1983 il card. Agostino Casaroli, segretario di stato, comunica che la volontà testamentaria dell’ultimo re d’Italia deceduto a Cascais in Portogallo il 18 marzo 1983 è diventata esecutiva per cui il papa nomina l’arcivescovo pro tempore di Torino delegato quanto riguarda la conservazione e il culto della preziosa reliquia.  L’intraprendenza del pompiere Mario Trematore la salva dall’incendio che si sprigiona nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1997.

Dopo aver ripercorso le tappe della storia del lino sindonico, mi avvicino al telo e vengo a sapere che si tratta di una nobile stoffa tessuta su un telaio con fili attorcigliati a mano che seguono lo schema della spina di pesce. La lunghezza attuale è di cm 441 nel lato in basso e cm. 442,5 nel lato superiore e l’altezza di cm. 113 a sinistra e cm. 113,7 a destra. Sull’intero telo si intravede la tua impronta anteriore e posteriore e la tua statura è di m. 1,70 – 1,80 e ti si attribuisce un peso di circa 79 kg e il tuo volto è incorniciato da una nobile barba.

Sull’età di questo telo è scoppiata come una bomba l’analisi del C14 effettuata  sul campione di tessuto prelevato il 21 aprile 1988 a cura dei laboratori dell’università Tucson dell’Arizona, di Oxford e di Zurigo che lo hanno datato al periodo medioevale 1260 – 1390. Il card. Anastasio A. Ballestrero il 13 ottobre 1988 commenta i risultati dell’indagine del C14  con dignitosa serenità: “Nel rimettere alla scienza la valutazione di questi risultati la Chiesa ribadisce il suo rispetto e la sua venerazione per questa venerata icona di Cristo che rimane oggetto del culto dei fedeli, in coerenza con l’atteggiamento sempre espresso nei riguardi della s. Sindone, nella quale il valore dell’immagine è prevalente rispetto all’eventuale valore di reperto storico:atteggiamento che fa cadere le gratuite illazioni di carattere teologico avanzate nell’ambito di una ricerca che era stata prospettata unicamente  e rigorosamente scientifica”. Più tardi scriverà sulla rivista ufficiale del Centro Internazionale di Sindonologia: “La Sindone era e resta “icona” di Cristo, concessa da Dio alla sua Chiesa… In secolo di fede ininterrotta, guidate dallo Spirito, intere generazioni cristiane hanno intuito che la Sindone è immagine che rende presente l’amore del nostro Salvatore, che si offre per la nostra salvezza fino alla distruzione di sé, senza limiti e senza calcoli. La Chiesa è serena, ha ribadito e ribadisce che il culto della s. Sindoen continua e che la venerazione di questo Sacro Lino rimane uno dei tesori della nostra Chiesa… Se la Sindone è entrata nella liturgia della Chiesa, ciò à significativo della sua importanza e della sua validità”. Il suo successore card. Giovanni Saldarini il 4maggio 1990 manifestava il suo equilibrato atteggiamento di esegeta e di pastore: “Due fatti sono incontrovertibili nei riguardi della Sindone. Il primo è che su questo lenzuolo, ed è unico, è impressa la figura di un uonmo crocifisso, con impronte di sofferenza e di piaghe che, in ogni particolare, corrispondono alla descrizione della morte di Gesù secondo i vangeli. Secondo fatto: dal punto di vista scientifico la Sindone costituisce un caso a tutt’oggi inspiegato. Si può, a ben diritto, chiamarlo “un prodigio storico”, nonostante il grande patrimonio di ricerca, anche se finora non ancora interdisciplinare (come è invece auspicabile!) Lo stesso esame al radiocarbonio, con tutti i suoi limiti, e sono tanti, non ha fatto cha aumentare le domande, che una vera scienza non può eludere, accettando di riesaminare ogni procedimento d’indagine e ogni risultato. Peraltro, va ripetuto con chiarezza, che la fede non si fonda sull’autenticità della Sindone e mai essa è stata citata come prova della verità del cristianesimo. Per questo il credente è del tutto libero e sereno nella ricerca, mentre l’incredulità potrebbe trovarsi a disagio se, sulla base di esami storico-scientifici, dovesse essere obbligata a compararsi con la convinzione di avere in mano il lenzuolo in cui Cristo fu avvolto”.   

 Mi pare che le diverse scienze che si confrontano su questo reperto antico dovrebbero dialogare e confrontare le proprie parziali verità raccordandole tra di loro e non affermare apoditticamente un monopolio di ricerca e di presunta verità sempre parziale.               

Non è male iniziare proprio dalla fotografia e ricordare che le prime foto della Sindone furono scattate dall’avvocato Secondo Pia  tra il 25 e il 28 maggio del 1898 e sono all’inizio del dialogo scientifico sull’antico lenzuolo funebre. Altre foto di fondamentale importanza sono quelle scattate da Giuseppe Enrie durane l’esposizione del 1931. Le prime foto a colori le dobbiamo a Giovanni Battista Judica Cordiglia che le scatta nel giugno 1969. Durante la prima ostensione televisiva del 23 novembre 1973 con il permesso del card. Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, Aurelio Ghio scatta stupende macrofotografie del tessuto, dei rammendi e di altri particolari. Nell’anno 1978 c’è l’ostensione pubblica per commemorare la ricorrenza centenaria  l’arrivo della Sindone a Torino e per diverse ore il lenzuolo è a disposizione dei ricercatori dello STURP (The  Shroud of Turin Research Project) che sono coadiuvati da una numerosa équipe di fotografi (Vernon Miller, Barrie Scortz, Bill Mottern, Sam Pellicori, Roger Morris, Joe Accetta, Roger Gilbert, Don Devan). Dopo l’incendio dell’11-12 aprile 1997 anche per verificare lo stato del lenzuolo sindonico c’è una simulazione di esposizione e il fotografo Giancarlo Durante esegue diapositive e riprese video ad alta definizione.

(Continua...)

Sac. PASQUALE PIRULLI

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