Domenica 19 Settembre 2021
   
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All’UOMO DELLA SINDONE - Torino (seconda parte)

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Epistolario delle origini

      In edicola con "la voce del paese" della settimana scorsa

 

Un altro contributo è quello dell’elaborazione dell’immagine sindonica al computer che permette di rilevarne la tridimensionalità. Il primo a utilizzarlo nel 1974 è il francese Paul Gastineau che parte da una foto di Enrie e ne ricava un calco in rilievo. Nel 1978 Eric Jumper e John Jackson utilizzando l’elaboratore di immagini VPS della Nasa e realizzano le prime foto tridimensionali. Anche il prof. Giovanni Tamburelli ottiene una foto del volto in cui sono evidenziati i segni delle violenze subite dall’anonimo uomo della Sindone e poi procede ad una “ripulitura” che ridona splendore e fascino al tuo volto maestoso e sereno. Il fotografo Aldo Guerreschi, che da ragazzo aveva lavorato con Giuseppe Enrie, nel 1998 utilizzando il foto rilievo evidenzia la tridimensionalità dell’immagine. Altra elaborazione tridimensionale del volto sindonico la dobbiamo al prof. Nello Balossino il quale così spiega: “L’origine tridimensionale dell’immagine della Sindone è risultata pienamente confermata: il rilievo e la definizione dei particolari sono impressionanti sia sotto l’aspetto umano sia sotto quello scientifico. Le due elaborazioni informatiche del volto e del corpo sono molto importanti perché hanno consentito di rilevare numerosi dettagli e particolari che nelle immagini bidimensionali non sono riscontrabili oppure lo sono in modo dubbio. Si possono infatti leggere sulla Sindone, con l’ausilio dei dati forniti dall’elaborazione elettronica, quasi tute le torture subite dell’Uomo della Sindone, torture che, a posteriori, si dimostrano del tutto confrontabili con quelle subite da Gesù Cristo e descritte dai vangeli. Il fatto che taluni particolari siano emersi soltanto dopo l’elaborazione della tridimensionalità esclude la possibilità di un qualunque intervento manuale nella formazione dell’immagine sindonica. Infatti è inconcepibile che particolari significativi, invisibili a occhio nudo e visibili solo dopo l’elaborazione, siano stati inseriti in modo artificioso nell’immagine”.

Lo stesso prof. Nello Balossino elenca i dati evidenziati dal volto sindonico tridimensionale:

  • I rivoli e i grumi di sangue tutti fluenti verso la parte anteriore del volto e dei capelli, corrispondentemente alla morte in croce;

  • Il grumo di sangue inciso disposto sulla guancia sinistra dell’immagine vicino alla narice sinistra, che potrebbe corrispondere all’incisione prodotta da un oggetto acuminato;

  • La traccia che, partendo dal lato destro dei capelli, prosegue leggermente sulla guancia destra, sul naso e termina sul suddetto grumo sta ad indicare come l’oggetto di cui sopra possa essere stato inizialmente poggiato sul lato destro dei capelli e fatto scorrere fino a produrre l’incisione del grumo di sangue;

  • La tumefazione sulla zigomo destro, corrispondete a percosse subite;

  • Le incisioni sullo zigomo sinistro, dovute probabilmente a incisioni da pietrisco;

  • Il grumo rugato sulla palpebra sinistra, prodotto dal sangue fluito dalla fronte incisa dagli aculei del casco di spine. Gli aculei del casco di spine si sono incisi nella pelle sul lato si9nistro della fronte generando appunto in quel momento, non molto prima della crocifissione, il rivolo di sangue discendente sul lato sinistro del volto e altri rivoli che hanno inondato i capelli;

  • I due rivoli di sangue uscenti dal naso;

  • La goccia di sangue sotto il labbro superiore;

  • La goccia di sangue, nitidamente stereoscopica, sul lato destro del labbro superiore, indicante l’inclinazione prima della morte;    

  • La goccia di sangue a forma appuntita sulla narice destra, corrispondente ad un graduale deflusso del sangue con il volto reclinato, cioè in conseguenza della morte avvenuta sulla croce;

  • Il grumo di sangue sul lato destro del labbro superiore;

  • Il grumo di sangue sul lato sinistro del labbro superiore;

  • Il grumo di sangue sul labbro inferiore sottostante la goccia di sangue cadente dalla parte centrale del labbro superiore;

  • La forma ripidamente cadente dei due rivoli di sangue sul alto sinistro del labbro inferiore;

  • I due fori disposti lateralmente al naso che corrispondono, sotto l’aspetto dimensionale, alle terminazioni di un flagello romano,

  • L’incisione sul naso in corrispondenza de suddetti due fori dovuta probabilmente ad un colpo di bastone;

  • L’ammaccatura sopra la punta del naso;

  • La leggera deviazione della punta del naso, dovuta alla rottura del setto nasale per effetto dei colpi di bastone;

  • Le gocce di sangue sul lato destro della barba;

  • Il solco sulla guancia destra, corrispondente alla traccia di un colpo di bastone;

  • L’impronta circolare sulla palpebra destra, dovuta probabilmente ad una monetina usata per tener chiuse le palpebre dei cadaveri, secondo il costume dei tempi di Cristo documentato da alcune ricerche storico-archeologiche” (cf NELLO BALOSSINO, La ricerca informatica sull’immagine della Sindone, in GIUSEPPE GHIBERTI-UMBERTO CASALE (edd.), Dossier sulla Sindone, Editrice Queriniana, Brescia 1998, pp. 71-81)

    A mettere in crisi la sicumera dei fautori del C14 e la loro datazione medioevale del lino sindonico ricordiamo l’apporto della numismatica. Infatti P. Francis Filas nel 19543 analizzando la fotografia del volto eseguita da Giuseppe Enrie nel 1931 intuisce che sulla palpebra destra dell’Uomo della Sindona ci sia una moneta. Questa è stata individuata come il dilepton lituus coniata da Tiberio Cesare (14 – 37 d. C.) nel 29-30 d. C. Alan Whanger ha riscontrato ben 74 punti di congruenza tra la moneta presente sulla Sindone e quella coniata dall’imperatore Tiberio. I proff. Pierluigi Baima Bollone e Nello Balossino del C.I.S. (Centro Internazionale di Sindonologia) hanno visto sul sopracciglio sinistro un lepton di bronzo con incisa una coppa e la scritta in greco: “XVI ANNO DELL’IMPERO DI TIBERIO CESARE” (tiberioU CAIsarou).      

    A ricostruire la storia e il percorso geografico del lino interviene la palinologia, la scienza dei pollini delle piante. Il biologo e criminologo Max Frei Sulzer nel 1973 preleva la polvere depositata nei secoli sul lino utilizzando nastri adesivi sterili. I risultati delle analisi al microscopio gli hanno permesso di individuare microscopici granuli di polline di piante presenti lungo li viaggio del telo nella storia dall’Oriente (Palestina) all’Occidente (Piemonte-Italia): “Tre quarti delle specie riscontrate sulla Sindone, infatti, crescono in Palestina e molte sono tipiche e frequenti a Gerusalemme e dintorni. Tra queste 13 sono alofite molto caratteristiche o esclusive del Negev e della zona del Mar Morto; ci sono pollini di 11 piante di Costantinopoli e non sono assenti pollini di piante della zona di Chambery”. I ricercatori israeliani Avinoam Danin e Uri Baruch hanno confermato i risultati delle ricerche eseguite dal palinologo svizzero.

    Le caratteristiche dell’impronta possono essere così riassunte:

    L’immagine presenta quindi l’intero corpo con una distribuzione di luminosità che è esattamente opposta a quella che percepiamo nella realtà, in cui le parti più sporgenti vengono associate a tonalità più chiare e viceversa. L’impronta sindonica si comporta pertanto come un negativo fotografico, come scoperse per primo Secondo Pia nel 1898…. Inoltre nel negativo fotografico è presente la trasposizione spaziale, il cui effetto consiste nello scambio della parte destra con la sinistra e viceversa. Di conseguenza nell’immagine positiva della Sindone, cioè sul telo, le lateralità sono invertite: la destra appare a sinistra e la sinistra a destra… Il negativo presenta quindi, il vero aspetto dell’Uomo della Sindone come potremmo osservarlo se si trovasse di fronte a noi. Inoltre vi è una netta differenza tra le impronte corporee e le macchie di sangue. Di contorni non ben definiti, ma caratterizzate da sottili variazioni di sfumature, le prime. Di colore più intenso e bordi assai più netti, le seconde. Altra osservazione fondamentale, la diversa reazione alla fotografia: le immagini di sangue, coagulate sulla pelle e versate sulla tela per contatto diretto, seguono fedelmente le leggi della fotografia e si presentano quindi come positive all’obiettivo, al contrario di quelle relative al corpo che si comportano come negative” (cf BRUNO BARBERIS – MASSIMO BOCCALETTI, Il caso SINDONE non è chiuso, San Paolo 2015, pp. 96-97) Rimane il mistero del perché il negativo dell’impronta sindonica si presenta come un positivo “più eloquente”.

    I cultori di medicina legale si sono soffermati a descrivere le condizioni del corpo raccolto nella Sindone. “(Sul volto )Sono state individuate delle tumefazioni, che sembrano potersi identificare con ematomi, particolarmente visibili sulla parte destra del volto, che si presenta più gonfia di quella sinistra. Oltre a questi ematomi si riscontrano evidenti degli ulteriori segni attribuibili a ferite lacero-contuse. In particolare sono ben visibili tali lesioni in corrispondenza delle arcate orbitali. Il setto nasale è deviato, a causa di una frattura. Nel complesso l’uomo della Sindone risulta essere stato selvaggiamente percosso nelle ore precedenti la sua morte”.

    Ancora una annotazione: “Sulla fronte, sulla nuca e lungo i capelli si apprezzano numerose colature di sangue, ad andamento sinuoso, che sgorgano da ferite da punta di piccolo diametro. Tali ferite, disposte a raggiera intorno al capo e che salgono sin sulla sommità della calotta occipitale, sembrano provocate dalla ‘imposizione sul capo di un casco di aculei acuminati. Le caratteristiche del comportamento del sangue che fuoriesce dalle ferite ha potuto permettere di distinguere nettamente lesioni di vasi arteriosi e venosi”. Tutti notano “la singolare colatura al centro della fronte sgorgata da una ferita della vena frontale, che segue l’andamento delle rughe della fronte causate dal dolore, dando origine alla caratteristica immagine a fo9rma di tre rovesciato… Da rimarcare sono anche i due diversi angoli formati dalla direttrici delle colature del sangue uscito dalla stessa ferita sulla fronte. Essi indicano due diverse posizioni del capo dell’uomo sulla croce, una piegata verso destra e al’altra verso sinistra. Le ferite che costellano il volto accentuano, per leggi contrasto, la sensazione di compostezza, che nella fotografia appare più evidente che nell’originale: impossibile non rimanere attratti dalla serenità di quel volto.”

    Per quanto riguarda il torace e il dorso i medici annotano che “la cute presenta oltre un centinaio di ecchimosi escoriate, consistenti in figure tondeggianti e abbinate, lunghe circa due centimetri, visibili anche sugli arti inferiori. Sembrano lesioni provocate dal flagello (il flagrum romano, costituito da un manico di legno da cui si dipartono delle corregge al termine delle quali sono fissato dei piccoli piombi a f0orma di manubrio da ginnastica). Non si può stabilire il numero di colpi perché non si conosce il numero di corregge del flagello. E’ invece certo che il supplizio venne inferto a schiena curva e sul corpo nudo, in quanto le lesioni sono distribuite sul corpo intero.”

    Ancora sulla parte destra c’è “una grande chiazza di sangue lunga 6 cm e lunga 15 cm, che fuoriesce da una breccia cutanea di forma ovoidale di circa 4,5 cm di larghezza e i,5 cm di altezza, provocata da una punta a taglio che ha colpito all’altezza del quinto spazio intercostale destro ed è penetrata in profondità”. Da notare che la ferità fu inferta dopo la morte dell’uomo e che il sangue “si presenta circondato da un alone sieroso costellato da macchie rossastre, come avviene solo per il sangue uscito da un cadavere in cui si è già separata la parte sierosa da quella corpuscolata”.

    Analizzando le ecchimosi presenti nella zona scapolare sinistra e sovrascapolare destra evidenziate nelle splendide foto di Secondo Pia e di Giuseppe Enrie il medico Pierre Barbet avanza l’ipotesi che si trattasse dei segni lasciati dal patibulum che il condannato era costretto a portare sino al luogo dell’esecuzione. Più tardi Giovanni Judica Cordiglia precisa che si trattava di uno “strumento rugoso, di notevole peso,mobile e confricante, dello spessore di 14 cm, che ha spianato a deformato e riaperto le lesioni determinate dal flagrum, lacerandone i margini e formandone delle altre”. Dalla distinzione tra stipes fisso nel luogo dell’esecuzione e patibulum trasportato dal condannato deriva anche la conclusione che la forma della croce doveva essere a T. (Continua...)

                                                                           Sac. PASQUALE PIRULLI                

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