Domenica 19 Settembre 2021
   
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All’On. le ALDO MORO – Torrita Tiberina (prima parte)

ALDO MORO

 

Epistolario delle origini

 

Ne hai scritte di lettere durante la tua vita, magari solo per esprimere  sentimenti di amicizia e di comunione nella passione politica. Saranno stati anche brevi messaggi di ringraziamento ai tuoi stretti collaboratori e agli elettori. Mi riferisco però a quelle che hai scritto durante i cinquantacinque giorni della prigionia del covo delle Brigate Rosse in via Montalcini e tra lettere indirizzate alla famiglia, ai compagni di partito, alle autorità governative, a giornalisti e testamenti sono ben 97.

Non vorrei tanto ricordare quelle indirizzate ai responsabili del tuo partito (Zaccagnini, Andreotti, Cossiga, ecc.) ai quali chiedevi di non abbandonarti nel baratro che si stava spalancando e li spronavi ad assumersi le proprie responsabilità: “Io ci sarò sempre come punto di riferimento, per evitare che della DC si faccia quel che se ne fa oggi…” In data 12 aprile 1978 rivolgevi al segretario del tuo partito On. le Benigno Zaccagnini queste dure parole di monito: “Di questi problemi terribili e angosciosi, non credo vi possiate liberare anche di fronte alla storia, con la facilità, con l’indifferenza, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze…. Se questo crimine dovesse essere perpetrato, si aprirebbe una spirale che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Se voi non intervenite,sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d’Italia”.

Sì, potrei sottoscrivere il sintetico giudizio che l’on. le Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni e poi Presidente della Repubblica, esprimeva durante una intervista il 28 novembre 1993: “Moro era il profeta di ciò che successe dopo. Moro era un grande politico” e dissento in pieno poi dal giudizio machiavellico che dava sulle tue condizioni psicologiche mentre scrivevi la tue lettere, lucide per le analisi politiche e drammatiche per il presentimento dell’irreparabile, chiamando in causa l’on.le Giulio Andreotti: “Qualsiasi siano le conclusioni degli esperti, le condizioni della prigionia tolgono alle parole di Moro ogni autenticità morale…. No, gli esperti psichiatri mi hanno detto che Moro si trovava in uno stato di depressione. Questo mi ha incoraggiato nel preferire tutte le interpretazioni favorevoli alla mia posizione di fermezza; e così, sotto l’influenza degli psicologi nacque la valutazione che le lettre di Moro fossero moralmente non autentiche  (…) Io ero tra i più irremovibili. Sapevo che Moro sarebbe morto: era questa la mia tragedia personale. Sapevo che la nostra irremovibilità  avrebbe condotto all’uccisione di Moro”. Poi alla Commissione Stragi lo stesso On. le Cossiga dichiarerà: “ Mai né da alte autorità a me sovraordinate, né dalla segreteria di Piazza del Gesù mi vennero sollecitazioni o peggio pressioni che ponessero remore a un’azione di polizia, ancorché essa potesse pregiudicare la vita dell’onorevole Aldo Moro”. 

La tua ultima incompiuta e non firmata è stata scritta  prima della tua barbara esecuzione da parte del commando (Moretti, Prosperi, Gallinari, Franceschini, Faranda, ecc.) ed è diretta alla tua diletta Norina: “Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibile l’ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti Aldo.

Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C.. Luca no al funerale…. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza e carezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca), Anna Mario il piccolo non nato), Agnese, Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo… “.

Il giorno 8 aprile 1978 indirizzi una lettera al papa Paolo VI, lettera certamente recapitata al destinatario ma non divulgata per prudenza diplomatica:

Al Papa Paolo VI

                                      Beatissimo Padre,

nella difficilissima situazione nella quale mi trovo e memore della patena benevolenza che la Santità Vostra mi ha tante volte dimostrato, e tra l’altro quando io ero giovane dirigente della FUCI, ardisco rivolgermi alla Santità Vostra, nella speranza che voglia favorire nel modo più opportuno almeno l’avvio diquel processo di scambio di prigionieri politici, dal quale potrebbero derivare, in questo momento estremamente minaccioso, riflessi positivi per me e la mia disgraziata famiglia che per ragioni oggettive è in cima alle mie angosciate preoccupazioni. Immagino le ansie del governo. Ma debbo dire che siffatta pratica umanitaria è in uso presso moltissimi Governi, i quali danno priorità alla salvezza delle vite umane e trovano accorgimenti di allontanamento dal territorio nazionale per i prigionieri politici dell’altra parte, soddisfacendo così esigenze di sicurezza. D’altra parte, trattandosi di atti di guerriglia, non si vede quale altra forma di efficace distensione ci sia in una situazione che altrimenti promette giorni terribili. Avendo intravisto qui nella mia prigione un severo articolo dell’Osservatore, me ne sono preoccupato fortemente. Perché quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, può rompere le cristallizzazioni che si sono formate e quale umanesimo più alto vi è di quello cristiano? Perciò le mie preghiere, le mie speranze, quelle della mia disgraziata famiglia che la Santità Vostra volle benevolmente ricevere alcuni anni fa, s’indirizzano alla Santità vostra, l’unica che possa piegare il Governo italiano ad un atto di saggezza. Mi auguro si ripeta il gesto efficace di SS. Pio XII in favore del giovani Prof. Vassalli, che era nella mia stessa condizione.

Voglia gradire, Beatissimo padre, con il più vivo ringraziamento per quanti beneficeranno della clemenza, i più devoti ossequi. Aldo Moro”.   

Forse a te i brigatisti non avevano letto la lettera che il tuo amico Paolo VI aveva loro indirizzato scrivendo in ginocchio: “Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse. Restituite alla libertà, alla sua famiglia e alla vita civile l’onorevole Aldo Moro, uomo  buono e onesto che nessuno può incolpare di qualsiasi reato o accusare di scarso senso sociale, di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile”.

Rimane ancora il mistero se il giovane sacerdote D. Antonio Mennini, che era stato tuo alunno alla facoltà di giurisprudenza dell’università La Sapienza, ti abbia potuto avvicinare per una parola di conforto e di preghiera. Tu dinanzi alla sentenza del fantomatico tribunale del popolo hai avuto il coraggio di scrivere: “Muoio nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore della mia famiglia e, quindi, mi affido a Dio e dico: Sia fatta la volontà di Dio!”.

Non sei stato informato della preoccupazione, delle iniziative, delle eventuali proposte di riscatto da parte del tuo amico papa, l’antico assistente centrale della FUCI. A lui rimarrà lo sgomento della celebrazione del tuo funerale celebrato il 13 maggio 1978 nella basilica di S. Giovanni in Laterano alla presenza di tutte le autorità della Repubblica, con la tua salma ormai composta nel cimitero lontano di Torretta, e l’accorata preghiera: “Ed ora le nostre labbra chiuse da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis”, il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci! E chi  può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra preghiera per la incolumità di Aldo Moro, di quest’uomo buono, mite, saggio, innocente e amico; ma tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui, Signore ascoltaci!”.

Hanno scritto molto su di te e specialmente sulla tua drammatica fine nel covo di Via Montalcini, ancora avvolta nel buio delle motivazioni politiche, delle quali sono stati strumento gli uomini delle Brigate rosse, i quali sempre hanno mantenuto un omertoso silenzio dinanzi al lavoro delle tante Commissioni d’inchiesta e ai processi, che hanno soltanto prodotto montagne cartacee di insufficiente documentazione per arrivare alla verità.

Da parte di alcuni  tuoi devoti amici si è avviato l’iter del processo canonico inteso al riconoscimento da parte della Chiesa della esemplarità della tua vita personale, familiare, culturale e politica e così proporre la tua santità con la difficile connotazione del servizio politico e della barbara uccisione. A me pare ardua la strada intrapresa dai responsabili di una costituenda postulazione che punta al riconoscimento della tua santità attraverso la categoria martiriale, perché sei stato ucciso, forse in “odium fidei”, dagli uomini delle Brigate Rosse, notoriamente attestati su posizioni culturali e politiche di matrice ateistica marxista. Mi domando come si fa ad ipotizzare l’”odium fidei” in una vicenda dai forti contrasti di natura strettamente politica e ideologica, che sono il sintomo di una rivolta contro la società e lo stato democratico?

Questa mia lettera, che vorrei deporre sul tuo sepolcro a Torrita Tiberina, desidera suggerire la strada, certamente più lunga ma anche più sicura, della scoperta dei valori cristiani (fede, speranza e carità) che tu hai posto come faro della tua vita, di cui percorro prima le coordinate cronologiche.

I tuoi genitori Renato Moro, dirigente scolastico, e Fida Stinchi, insegnante elementare, erano originari di Gemini, frazione del comune di Ugento, e tu sei venuto alla luce alle ore 9 del 23 settembre 1916 nella loro casa di Maglie e hai ricevuto i nomi di Aldo romeo Luigi. Sei stato molto affettuoso verso gli altri due fratelli Alberto e Salvatore.

Seguendo le sedi di servizio del tuo papà, dopo le scuole elementari, frequenti  il liceo “Archita” di Taranto dove nell’anno 1934 consegui la maturità classica e subito dopo ti trasferisci a Bari per seguire gli studi giuridici presso la università degli studi con la guida del prof. Biagio Petrocelli. Ricordando questa fondamentale tappa culturale scriverai nell’anno 1972: “Ho ancora viva la sensazione di lucida coerenza e di forte impegno morale, che era destata in me dallo svolgimento del corso del Prof. Petrocelli, che io seguivo assiduamente. In tanta parte quelle lezioni hanno affinato il mio spirito  critico e sollecitato all’amore di una scienza illuminante; ricca cioè di chiarezza intellettuale e di palpiti morali. Quel primo contatto non si è poi mai più interrotto. Il rapporto maestro-discepolo è continuato in modo sempre più ricco e vivo. Ne è nata una consuetudine di comune lavoro di ricerca, in una profonda solidarietà umana, a partire dalla elaborazi0one della mia tesi di laurea, pubblicata per affettuoso intervento del Petrocelli, fino alla libera docenza ed alla cattedra di Bari, che egli aveva così degnamente occupato. Pur tra pressanti impegni politici la mia comunione spirituale con Biagio Petrocelli è durata e dura. Ricordo dunque le acute intuizioni, il sano realismo, la cristallina chiarezza, la capacità di sistemazione organica del pensiero, il perfetto equilibrio tra teoria e pratica. E tanto maggiore era ed è l’ammirazione, in quanto, per taluni aspetti, non ho saputo riprodurre siffatta straordinaria coerenza, mancando in qualche misura alle sue aspettative. E tuttavia io mi sento – ed è un titolo di onore per me – suo discepolo. Discepolo nella scienza ed in certo modo nella vita, poiché egli pure fu chiamato ad una funzione politica, sia pure fondata su di una perfetta conoscenza del diritto e valutazione di esso alla luce della Costituzione, che esprimeva il nostro modo di  concepire la società ed il comune impegno di libertà e di giustizia per l’avvenire della Nazione. Il mio omaggio di oggi, ricco di devozione e di affetto, è espressione di profonda commozione e di autentica solidarietà spirituale”.

                                                                                                             


Sac. PASQUALE PIRULLI




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