Domenica 19 Settembre 2021
   
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A P. FRANCESCO SAVERIO S.J. – San – cian (Cina) (seconda ed ultima parte)

Rutigliano- Don Pasquale Pirulli- FranciscusXavier

Epistolario delle origini

Articolo pubblicato su “La Voce del Paese” in edicola la settimana scorsa

Il P. Enrico Padoan traccia questo quadro cronologico dei tuoi dieci anni di missione in Oriente: <<6 maggio 1542 Francesco sbarca a Goa, in India. Qui si dedica a una intensa catechesi popolare, alla cura dei malati, dei lebbrosi, dei carcerati.               

20 settembre 1542 Convinto dal Viceré Martin Alfonso de Souza, va a evangelizzare i Paràveri della Pescheria, zona costiera sud-orientale dell’India. Invitato successivamente dagli abitanti, estende la sua opera anche al Travancore, la costa sud-occidentale.

Fine agosto 1545, provveduto a che altri continuino questa evangelizzazione, per rispondere a richieste fattegli in favore di cristianei8tà novelle rimaste prive d’aiuto, si dirige verso l’importante scalo commerciale portoghese di Malacca, per poi proseguire per l’isola di Amboina, di Ternate, di Morotai, nell’arcipelago delle Molucche.

Nel gennaio 1548 è di ritorno in India, a Goa, centro organizzativo dell’opera d’evangelizzazione per tutto l’Estremo Oriente. Lungo 15 mesi provvede ad assegnare ai 32 missionari gesuiti di cui dispone, il rispettivo campo d’azione, dando a ciascuno le direttive suggeritegli dalle esperienze fatte.

Nel frattempo si dispone alla spedizione missionari8a nel lontano Giappone, di cui da tempo ha sentito parlare durante il soggiorno a Malacca.

Nell’aprile 1549 parte dall’India per Malacca con due gesuiti: Cosmas de Torres e Juan Fernandez, più tre giapponesi  convertiti. A Malacca mette a punto gli ultimi preparativi per la spedizione in Giappone.

Il 24 giugno 1549 parte da Malacca su una giunca d’un pirata cinese, non essendoci nessuno che voglia rischiare.

Il 15 agosto 1549 sbarca a Kagoscima, alle’stremo sud del Giappone. Svolge la sua missione prima a Kagoscima, poi nell’isola di Hirado, a Yamaguci, nella capitale Miyako (Kyoto), alla ricerca faticosa di un centro dal quale il messaggio cristiano possa in seguito più facilmente irradiarsi.

Per due volte ha occasione di incontrare navi portoghesi che vengono dall’India o almeno da Malacca, ma nessuna gli ha portato lettere con le quali i suoi confratelli lo mettano al corrente di come proceda il lavoro assegnato a ciascuno di loro. Deve informarsi. Lascia sul posto de Torres e Fernandez a continuare vigorosamente l’opera iniziata, aiutati dai ferventi nuovi cristiani. Lui, a metà settembre 1551, parte da Funai (Oita) diretto in India. Il 24 gennaio 1552, dopo conveniente sosta a Malacca, approda a Cocin, e a metà febbraio è a Goa. Lungo i mesi del tragitto ha ripensato a quanto aveva sentito dire ripetutamente in Giappone a proposito della Cina. Notizie ulteriori ricevute a Malacca l’avevano convinto della necessità di recarsi in Cina. D’altra parte sa d’aver lasciato in Giappone (come ovunque) dei continuatori validi, zelanti e privatissimi. E’ necessario includer la Cina nel piano di azione di conquista pacifica dell’Oriente. A metà aprile 1552 parte da Goa per Malacca. A Malacca dà le ultime disposizioni, e da Malacca, in settembre parte per la Cina. Il 3 dicembre 1552 muore a San-Cian, in vista della Cina.>> (Idem, o. c., pp. 4-5)

Mi piace ricordare quello che ti è successo in uno dei tuoi tanti viaggi per mare. Nella furia della tempesta hai fatto naufragio e hai perduto il tuo crocifisso. Ne hai tanto sofferto anche se avevi salvato la vita. La mattina dopo mentre cammini lungo la spiaggia del mare ecco che un grosso granchio ti riporta tra le branchie il tuo crocifisso.

La tua ansia missionaria la esprimi in queste lettere del 20 ottobre e del 15 gennaio 1544 al tuo car.mo P. Ignazio: “Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi ani fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. Non c’è nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave Maria ed i Comandamenti della legge divina. Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali, come si dice, non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano né dire l’Ufficio divino, né prender cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il regno dei cieli.

Perciò non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono molto intelligenti e, se ci fosse qualcuno ad istruirli nelle legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani. …

Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimé, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! O! se costoro come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti! In verità moltissimi di costoro, turbati a questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbe road ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione  della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore:<<Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?” (At 9, 6 volg.). mandami dove vuoi, magari anche in India”.

Ai tuoi confratelli Gesuiti da Goa il 20 settembre 1542 scrivi: “Che morte indicibile è vivere  disertando il Cristo, dopo averlo conosciuto, non c’è tormento al mondo che gli assomigli Come è soave vivere morendo ogni giorno, facendo tutto il contrario dei nostri desideri, pur di realizzare quelli di Gesù Cristo. per i meriti  della S. madre Chiesa, confido che Cristo nostro signore vorrà servirsi di me, inutile, per piantare la fede tra i pagani. Vorrei essere il servo perpetuo di tutti coloro, che volessero venire in queste terre a lavorare nell’immenso campo di Dio”.

Ai confratelli futuri missionari raccomandi scrivendo da Cocin il 22 gennaio 1545: “Coloro che vengono qua, si fissino bene in mente ch’essi sono nati con l’umile dovere di morire per il loro Redentore e Signore”.

Non puoi dimenticare l’emozione provata quando visiti a S. Thomé (madras) la tradizionale tomba dell’apostolo S. Tommaso e l’otto maggio 1545 ne scrivi ai confratelli gesuiti che sono a Goa: “Nella santa casa di S. Tommaso ho impiegato il tempo a pregare continuamente dio nostro Signore di concedermi d’ascoltare nell’anima mia il suo santo volere… Ho sentito con grande e intima soddisfazione che egli vuole che io mi rechi là, con lo scopo di insegnarvi la nostra santa fede. Padre Mansilhas e i padri malabari rimagnono con i cristiani della Pescheria e del Travancore. Dio mi ha fatto sentire così profondamente che io devo recarmi a Malacca e oltre, che se io non dovessi seguire questo impulso, sarei certo di andare contro la volontà divina, e che in questa vita e nell’altra Egli non mi concederebbe la sua grazia. Sono talmente deciso ad esaudire il volere divino, che se nessuna nave portoghese salperà quest’anno per Malacca, mi ci recherò con un naviglio moro o pagano, fosse pure una zattera”.

Il 10 maggio 1546 da Amboina scrivi questo pensiero di totale offerta della tua vita: “Ponendo tutta la mia fiducia in Dio nostro Signore, mi sono votato al pericolo e alla morte. Sento che devo fare il sacrificio della mia vita per il bene del mio prossimo .

Proprio relazionando a P. Ignazio della tua esperienza missionaria in Giappone avverti il sentimento genuino della tua umiltà: “Non potrò mai descriver tutto ciò che devo a quelli del Giappone, poiché Dio mi ha dato per mezzo loro una profonda conoscenza delle mie infinite cattiverie. Vivendo fuori  di me non conoscevo tutto il male che portavo  in nme, finché non mi trovai in mezzo alle prove e ai pericoli del Giappone..”

Mi piace rileggere infine ciò che scrivi sul progetto della missione in Giappone e in Cina e lo possiamo definire l’intuizione della strategia missionaria che prevede l’inculturazione della fede cristiana per un annuncio più efficace: “Se le4 condizioni di queste regioni sono tanto favorevoli come mi sembra, scriveremo  alle principali università della cristianità… scriveremo anche a Sua Santità, vicario di Cristo in terra, pastore dei credenti e di quelli che sono disposti a venire alla conoscenza del loro Redentore e Salvatore. Ne parleremo anche ai fratelli (Domenicani e Francescani)  che vivono nel santo desiderio di glorificare Gesù Cristo nelle anime che non lo conoscono ancora. Per quanto numerosi essi vengano, c’è posto per tutti in questo grande regno, e in quell’altro ancor più grande che è la Cina. Se Dio nostro Signore ci concederà ancora dieci anni di vita, abbiamo grande speranza di veder grandi cose in questo Paese, grazie  agli uomini che mi manderete. Quest’anno due bonzi che studiavano nelle università di Kwanto e Miyako, e molti giapponesi con loro, andranno in India per imparare le nostra legge”.

Proprio dal Giappone in una tua lettera scrivi: “ Non bisognerà meravigliarsi se ci perseguiteranno, ma la paura non ci impedirà di parlare della gloria di Dio e della salvezza delle anime” ei ai confratelli gesuiti precisi: “Non ci spaventano le discussioni con i dotti giapponesi. Cosa può sapere chi ignora Dio e il Cristo suo Figlio?”.

Un’ultima slide ti vede alle prese con una furiosa tempesta e tu nel scrivi in una lettera da Cocin del 1551: “… mi raccomandai a Dio e alla sua santissima Madre; allora in mezzo a quella terribile tempesta, dovetti piangere di gioia, mentre intorno a me tutti piangevano di paura”.

Dall’isola di Sancian di fronte a Canton  dove attendi che si aprano le porte della Cina che rimarranno chiuse scrivi: “La mia partenza per la Cina è difficile e pericolosa; non so come andrà a finire. Tuttavia ho grane speranza. Il vero pericolo è di non confidare in Dio; per Lui andiamo in Cina; e se Dio è per noi, chi potrà avere vittoria contro di noi?”.

Così hai offerto la tua vita (avevi appena 46 anni!) alla maggior gloria di Dio e alla salvezza delle anime. Questo era il sogno che ti aveva convinto a lasciare la gloria derivante dalla cultura umana e a farti missionario del vangelo di Gesù che hai sempre riconosciuto quale tuo amico e “compagno”.

                                                                     Sac. PASQUALE PIRULLI 

 

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