Venerdì 03 Dicembre 2021
   
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A FRATE FRANCESCO MINIMO - Paola

Rutigliano- Don Pasquale Pirulli-fra-otranto- rutiglianoweb

Articolo pubblicato su “La Voce del Paese” in edicola la settimana scorsa

Epistolario delle origini

Con la memoria risalgo agli anni giovanili  in cui frequentavo a Roma gli studi liceali presso l’Istituto tenuto dai PP. Carmelitani presso la Basilica di S. martino ai Monti. Ogni mattina passavo dinanzi al portone del convento dei tuoi religiosi minimi che aveva il suo ingresso in Piazza San Pietro in Vincoli. Scrivo questa lettera ricordando il giovane compagno di studi P. Galluzzi  che poi sarà Correttore Generale del tuo ordine , e indirizzandola al tuo santuario di Paola in provincia di Cosenza.

Tra di noi scherzavamo specialmente nel conoscere il quarto voto di penitenza che facevano i nostri amici i quali vivevano in perpetua quaresima rinunciando alla carne, alle uova e anche ai latticini. Devo a questi amici lontani le prime notizie  sulla tua vita. Sei nato il 27 marzo 1416 da Giacomo Martolilla e Vienna da Fuscaldo e per devozione dei tuoi genitori al battesimo hai ricevuto il nome del santo di Assisi.  Nella tua adolescenza a dodici anni, a sciogliere un voto dopo una malattia che ti aveva afflitto, per un anno sei oblato nel convento dei Frati Conventuali di S. Marco Argentano. La speranza dei frati francescani di averti tra di loro svanisce. Nell’anno 1429 finalmente con i tuoi genitori affronti il duro pellegrinaggio verso Assisi. Fate sosta a Montecassino per una preghiera sulla tomba di san Benedetto da Norcia e poi raggiungete Loreto per venerare la santa Casa della Madonna e poi Monteluco e il sacro convento di Assisi la cui basilica è illuminata dagli affreschi di Cimabue, Lorenzetti e Giotto. Nel viaggio di ritorno fate tappe a Roma e sei dolorosamente colpito dallo sfarzo dei cardinali. Tu hai il coraggio di protestare al cardinal Giulio Cesarini il tuo disappunto: “Gli apostoli di Gesù non andavano  con tanto lusso!” e ne ricevi una diplomatica giustificazione: “Figlio mio, non ti scandalizzare. Se non facessimo così, la Chiesa e la nostra dignità di apostoli sarebbero alquanto disprezzate e calpestate dagli uomini”. Il frutto del lungo pellegrinaggio è la tua decisione,una volta ritornato nella tua Paola, di avviare l’esperienza di vita eremitica sintesi di preghiera e di povertà evangelica. Più tardi nel processo canonico  cosentino un teste racconterà: “Visse per cinque anni cibandosi solo di erbe crude che crescevano in quella terra. Ciò non deve stupirci, perché Dio opera grandi cose nei suoi santi”. La tua solitudine, lungo il fiume Isca, è popolata dai tuoi primi compagni: Fiorentino di Paola, Angelo Alipatti di Saracena e Nicola di San Lucido ai quali offri tre celle e una piccola cappella per la celebrazione liturgica. Sono i primi eremiti di fra Francesco e tu, ricordando che il santo di Assisi aveva qualificato “minori” i suoi frati, dai loro il nome di”minimi”. La prima approvazione della tua regola viene nell’anno 1471 dall’arcivescovo di Cosenza Mons. Pirro Caracciolo e poi c’è l’approvazione firmata dal papa Sisto IV nell’anno 1474 che diventerà definitiva con il discusso pontefice Alessandro VI, il quale nel 1493 approverà definitivamente la regola dell’Ordine dei Minimi qualificandolo “ordine mendicante” come i francescani e i domenicani. Nell’anno 1450 anche il tuo anziano papà chiederà l’abito religioso di umile converso. Più tardi aprirai i conventi di Paterno, Spezzano della Sila e Corigliano Calabro. E insieme ai conventi aumentano i tuoi figli e si sparge la voce della tua potenza taumaturgica.  Infatti riporti in vita il tuo nipote Nicola, figlio di tua sorella Brigida, per il quale era stato fissato il funerale. Diventi voce dei poveri e degli oppressi e il re di Napoli Ferrante manda dei soldati a catturarti ma ti rendi invisibile pur rimanendo in preghiera dinanzi al tabernacolo dell’altare. Dopo hai la “sfrontatezza e semplicità evangelica” di farti riconoscere ed offrire loro, stanchi del viaggio, pane e vino.  La visita al tuo santuario di Paola permette di recuperare alcuni fioretti della tua vita, che nella loro semplicità e autenticità religiosa nulla hanno da invidiare a quelli più celebri di San Francesco d’Assisi. Ci si sofferma presso la Fornace e si racconta che tu hai salvato il tetto che stava per crollare per la violenza delle fiamme. Ancora gli operai che lavorano alla costruzione del convento afferrano il tuo agnellino Martinello e dopo averlo arrostito ne nascondono le ossa: tu lo riporti alla vita. Con un colpo del tuo bastone fai scaturire la sorgente Cucchiarella e metti a tacere le lamentele degli operai che hanno bisogno di acqua. Recuperi la trota Antonella che era stata cucinata da un religioso di Paola e la riporti alla vita immergendola nell’acqua. Con decisione ti confronti con il demonio che ostacola la tua opera e tu gli comandi di aiutarti a completare la campata del ponte sul fiume Isca.

Devi raggiungere Milazzo in Sicilia per la fondazione di un convento. Con il tuo compagno ti presenti al porto di Reggio Calabria e chiedi al marinaio che per la carità di Cristo ti dia un passaggio, perché non hai il becco di un quattrino. Al deciso diniego di costui , quale novello Eliseo, stendi metà del tuo mantello sul mare e leghi la punta al tuo bastone che fa da albero maestro e così da “esperto windsurfman” compi la traversata dello stretto e approdi a Messina.     

Non è facile il tuo rapporto con il re di Napoli Ferrante, al quale rimproveri malversazioni e sfruttamento nei confronti dei poveri. Con spirito profetico gli suggerisci di stare attento alle manovre dei turchi e nel maggio 1480 comunichi ai re cristiani: “Io vedo il Turco che tra poco porrà piede sulla nostra terra: miseri noi… Infelice città di Otranto, di quanti cadaveri vedo coperte le tue vie. Di quanto sangue cristiano ti vedo inondata”. sei profondamente addolorato dalla notizia della tragedia di Otranto che dopo un assedio di 15 giorni (2 luglio-11 agosto 1480) è messa a sacco e a fuoco e il 14 agosto 1480 sul colle della Minerva Acmet Pascià fa decapitare  813 cittadini, guidati da Antonio Primaldo. Finalmente la città è liberata dall’esercito guidato dal duca Alfonso d’Aragona l’8 settembre 1481 e gli otrantini ti eleggeranno compatrono della loro città, ricordando che: “Hai tu stesso manifestato di voler essere nostro protettore quando, piangendo, preannunziasti ai tuoi confratelli della Calabria l’invasione turca di questa città. In quel sofferto momento i potenti della terra non vollero dare ascolto alla tua parola, ma la tua efficace preghiera confortò i nostri concittadini che, emuli dei primi martiri cristiani, sul colle della Minerva testimoniarono con il sacrificio della vita amore e fedeltà a Cristo”. Durante una delle tue visite alla corte di Napoli il re Ferrante ti ospita a mensa e poi ti offre monete d’oro che tu respingi con sdegno.  Ne spezzi una dalla quale gronda sangue e gli gridi in faccia: “Sire, questo è sangue dei tuoi sudditi che tu opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio”. Non accetti la proposta di papa Sisto IV che ti vorrebbe ordinare sacerdote, ma nell’anno 1483 devi ubbidire alla sua volontà di essere ambasciatore della santa sede presso il re di Francia Luigi XI. Questi ha fatto pressioni presso il papa perché ti convinca a raggiungerlo e spera che tu lo guarisca dalla grave malattia che lo affligge. Con il suo benestare fondi il convento di Plessisi-les-Tours, vicino alla residenza reale del castello di Plessis du Parc. Sogni sempre di ritornare alla tua amata terra natia ma la volontà dispotica della reggente Anna di Beaujeu e del nuovo re Carlo VIII ti costringono a una vita di “volontario eremita prigioniero”. Sulla tua vita in Francia ci informano i testi escussi nel processo turonense. All’età di 91 anni e 6 giorni nel venerdì santo 2 aprile 1507 mentre ascolti il racconto della passione del Signore alle parole “Et inclinato capite,tradidit spiritum” chiudi la tua lunga giornata di preghiera, penitenza e servizio a Cristo e alla sua Chiesa. Papa Giulio II approva l’inizio del tuo processo di beatificazione e Leone X il 7 luglio 1513 ti decora col titolo di beato e poi il 1° maggio 1519 iscrive il tuo nome nel catalogo dei santi della Chiesa cattolica. Il tuo corpo era stato sepolto nella chiesa del tuo convento  a Plessis-lès-Tours e nel 1562 le tue ossa sfuggirono alla furia iconoclasta degli ugonotti e finalmente nell’anno 1935 furono traslate nel tuo convento di Paola. Forse le ultime immagini sono quelle della pentola conservata nella tua cappella e nella quale hai cotto le fave senza accendere il fuoco. Il cibo semplice dei poveri. E poi ancora quella dei tuoi zoccoli di contadino calabro che hanno conosciuto la polvere di tante strade di Calabria, di Italia e di Francia!

Permetti, caro san Francesco di Paola,  una ultima riflessione sulla tua qualifica originaria di eremita. Ci tenevi tanto a questa prima vocazione alla solitudine e alla preghiera. Invece sei stato chiamato ad essere, anche e soprattutto, amico difensore e patrono dei poveri diseredati e a confrontarti con i potenti della terra (re di Napoli e re di Francia). Richiamandosi alla tua traversata dello stretto di Messina (gli antichi parlavano degli agguati di Scilla e Cariddi”) il papa Pio XII nell’anno 1943affida alla tua protezione la gente di mare. Nel 2 giugno 1962 il papa santo Giovanni XXII, il papa dell’enciclica di dottrina sociale “Mater et Magistra”, ti elegge patrono della tua amata Calabria. Tu rimani sempre nel cuore un eremita che si confronta con i problemi della faticosa quotidianità quando la società politica avverte la violenza dell’ingiustizia e della delinquenza organizzata. Vorrei chiederti un miracolo “scandaloso”: dovresti parlare ai mafiosi della Sicilia, agli uomini della ndrangheta della Calabria e poi anche agli uomini della “sacra corona” della Puglia. Forse per questi prepotenti non basta il tacito rimprovero della tua vita all’insegna della carità (lo slogan dell’insegna del tuo ordine recita “Charitas” nel sole raggiante), ma dovresti ancora una volta spezzare il potere del denaro che diventa sfruttamento dei poveri e allora la tua voce sarà denuncia decisa di ogni ingiustizia.  

                                                                     Sac. PASQUALE PIRULLI                      

Commenti  

 
#1 cittadino 2015-08-06 10:23
il fulcro del pensiero stà nel nome antonella alla trota e ,chiamare il suo agnellino. Quando l'essere umano avrà coscienza del paradiso che è la terra rispettando la natura che ci circonda vedendola con occhi sempre più dolci solo allora potremo cambiare il nostro inferno quotidiano nel paradiso che ci circonda e che ci è stato regalato alla nostra nascita .
 

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