Lunedì 27 Settembre 2021
   
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A GIOVANNI MARCO EVANGELISTA (prima parte)

Rutigliano- Don Pasquale Pirulli- marco_evangelista

 

Articolo pubblicato su “La Voce del Paese” in edicola la settimana scorsa

Epistolario delle origini

 

          All’inizio di questa lettera sarei tentato di soffermarmi a contemplare il leone d’oro  detto il “leone di San Marco” posto sulla facciata della tua basilica veneziana  e rileggere l’ espressione augurale scritta sul libro aperto: “Pax tibi Marce evangelista meus”. Vorrei continuare il mio cammino verso la pala d’oro e deporre sull’urna che conserva le tue reliquie questa lettera. Altre possibili destinazioni della stessa sarebbero le città di Gerusalemme e di Roma e nel corso di questo dialogo forse potresti intuirne le ragioni.

          Caro Giovanni Marco ricordo con emozione il lungo viaggio fatto l’ultima domenica del mese di agosto 1996 verso la città di Rimini, dove, nell’ambito della mostra “Dalla Terra alle Genti” (31 marzo – 1° settembre 1996), ho riletto il frammento n. 5 ritrovato nella grotta n. 7 della località di Qumran, centro della vita religiosa degli esseni i quali prima dell’anno 68 avevano occultato nelle grotte vicine i testi della loro biblioteca. In fatti nella grotta n 7 di Qumran, oltre a un’anfora con la scritta <<ROMA>>, si sono ritrovati diversi frammenti di papiro. “7 Q 1 contiene Esodo 28, 4-7; 7 Q 2 la lettera di Geremia Baruch 6, 43-44; 7 Q 4 la lettera a Timoteo 3, 16 e 4, 3 e 7 Q 5 il testo di Mc 6, 52-53”.  

L’analisi paleografica e il probabile occultamento del papiro del tuo vangelo nella grotta al più tardi nell’anno 68 d. C., quando la comunità degli esseni abbandonò il sito per il passaggio delle legioni romane che andavano ad assediare Gerusalemme, insieme alla tradizione che vuole che tu abbia scritto il vangelo a Roma ascoltando la predicazione di Pietro, orientano gli studiosi a proporre come periodo del tuo vangelo gli anni più vicini alla storia di Gesù di Nazareth.

          Il biblista Jean Carmignac dopo aver operato la retroversione dei testi evangelici dal greco all’ebraico, suscitando qualche perplessità nel mondo degli esegeti ha presentato questa soluzione rivoluzionaria: “Per riassumere, le date più tarde che si possono ammettere sono verso il 50 per Marco (e la Raccolta dei Discorsi-Loghia), verso il 55 per il Marco completo, verso il 55-60 per Matteo, tra il 58 e il 60 per Luca. Ma le date più antiche sono nettamente più probabili: Marco verso il 42, Marco completo verso il 45, Matteo (ebraico) verso il 50, Luca (greco) poco dopo il 50” (cf. CARMIGNAC J. La nascita dei Vangeli Sinottici, Edizioni Paoline, Roma 1985, p. 74)

     I frammenti 7 Q 4 e 7 Q 5 sono stati studiati dai papirologi P. Jose O’Callaghan S. J., del Pontificio Istituto Biblico di Roma, e Carsten Peter Thiede dell’Università di Paderbon e proprio l’interpretazione del 7 Q 5 fatta da P. O’ Callaghan e difesa a spada tratta da Thiede, ha fatto concludere a quest’ultimo: “In base alle regole del lavoro paleografico e di critica testuale, è certo che 7 Q 5  è Marco 6, 52-53, il più antico frammento conservato di un testo del N. T., scritto attorno al 50, e sicuramente prima del 68”.

Il 16 gennaio 1992,  in margine alla conferenza tenuta dal Prof. Carsten Peter Thiede dal titolo “I frammenti di Qumran e le origini del Nuovo Testamento”, il card. Giovanni Saldarini dichiarava: “Indubbiamente il fatto che il papiro di Qumran riporti agli anni ‘50 d. C. la scrittura del vangelo di Marco ci ricolloca in una situazione che offre una motivazione anche scientifica per riconoscere nel dato evangelico la vera tradizione del vero Gesù Cristo. Dunque abbiamo un motivo in più per affidarci al dato evangelico. Ma ad affidarci non soltanto con una fiducia che nasce dalla tradizione viva della Chiesa, la quale pur essa ha una forza ed un valore che credo non si debbano mai dimenticare, ma ad affidarci precisamente anche sul piano della pura critica storica.  E io ringrazio padre O’ Callaghan che con la sua fatica ha permesso appunto di avere questa conferma. Io non penso che se non ci fosse stata questa scoperta il fatto-Gesù di Nazareth sarebbe stato meno forte. Però certamente questa scoperta  porta un altro tassello imprevedibile, che sostiene precisamente la posizione cristiana, la quale non separa il Cristo della fede dal Gesù della storia, ma crede che Gesù di Nazareth è precisamente il Cristo della fede e vero Figlio di Dio” (Giovanni Saldarini, Discorso in IL SABATO, SETTIMANALE, Anno XV, n. 5, pag. 60).  

Dopo questa introduzione di carattere storico sulle orme del testo del tuo vangelo, sarà meglio delineare alcuni tratti della tua vita.

La prima indicazione è quella dei tuoi due nomi: il primo GIOVANNI di cultura ebraica e il secondo MARCO di apertura al mondo romano. Non posso fare a meno di ipotizzare che la tua famiglia per scegliere questi due nomi doveva essere aperta alla cultura del mondo romano e forse avrà dato a te una educazione di ampio respiro con la conoscenza della lingua materna ebraica e anche di quella latina. Alla luce di tutto questo potrei spiegarmi anche il tuo successivo servizio di interprete reso a Pietro durante il suo apostolato nella città di Roma.

Sei figlio di Maria, donna benestante, e abiti con la tua famiglia nella città di Gerusalemme. Forse hai potuto conoscere Gesù di Nazareth, durante le sue visite al tempio di Gerusalemme, ma per la tua giovanissima età non lo hai potuto seguire come discepolo. Qualcuno ti vuole individuare nel giovane che la notte della cattura di Gesù nell’orto degli ulivi del Getsemani è spettatore furtivo dei fatti e solo lasciando nelle mani dei soldati il lenzuolo, sfugge alla probabile cattura. Solo il protagonista poteva raccontare l’episodio sotto qualche aspetto imbarazzante (Mc 14, 51-52). Stando a quanto racconta Luca negli Atti degli Apostoli, nella tua casa si raduna la prima comunità di Gerusalemme, per cui lo stesso apostolo Pietro  vi si dirige dopo essere stato liberato dal carcere durante la persecuzione di Erode Antipa (At 12, 12-17). Risulti cugino di Barnaba e da questi sei stato presentato all’apostolo paolo durante il loro viaggio da Antiochia a Gerusalemme effettuato per soccorrere la comunità che soffriva per la carestia.   Li accompagni ad Antiochia (At 12 25) e poi ti unisci a loro nel primo viaggio missionario (At 13, 5). Non sappiamo il motivo che ti determina ad abbandonare gli altri due a Perge e a riprendere la strada del ritorno a Gerusalemme. Il fatto mise in crisi il rapporto di collaborazione tra Paolo e Barnaba e cosi Paolo intraprende i suo secondo viaggio missionario facendosi accompagnare da Sila e tu con Barnaba raggiungi l’isola di Cipro (At 15, 36-40).  Più tardi, non essendo gradita la tua collaborazione a Paolo, tu ti unisci a Pietro e sei suo collaboratore e “interprete” a Roma (1 Pt 5, 13). Più tardi a Roma riprendi la collaborazione con Paolo che vi è giunto prigioniero (Fm 24 e da lui sei inviato in Asia Minore (Col 4, 10-11). Anni dopo lo stesso Paolo ti richiamerà a Roma scrivendo al discepolo Timoteo: “Prendi Marco e portalo con te (a Roma), perché mi è molto utile per il ministero” (2 Tm 4, 11)

Altre notizie raccolgo dallo storico della Chiesa Eusebio di Cesarea  e dalla tradizione.  Sarebbe stato lo stesso Pietro a inviarti ad Aquileia, dove avresti convertito e battezzato Ermagora che sarebbe diventato il primo vescovo della città. Dopo alcuni anni avresti preso il mare e avresti fatto sosta alle isole Riatine dove poi sarebbe sorta la città di Venezia. Altra ipotesi vuole che Pietro ti avrebbe inviato in Egitto. Giunto ad Alessandria hai fondato quella chiesa e sei morto  subendo un crudele martirio un 25 aprile negli anni 70-74. Il tuo corpo sarebbe stato sepolto in una grotta di Bucoli e poi trasferito nella zona portuale in un tempio a te dedicato.  Da qui i marinai di Venezia con un’azione piratesca hanno traslato il tuo corpo, pare battendo sul tempo i marinai baresi nella loro città. Le tue spoglie furono racchiuse  in una urna di pietra che è stata ritrovata durante i restauri dell’anno 1811 e posta sotto l’altare maggiore della basilica i cui lavori ebbero inizio nell’anno 829. Non c’è alcun dubbio che da allora il Leone di S. Marco è diventato l’emblema della città lagunare.

Non si può scrivere a te senza ricordare il vangelo che tu hai dato alla Chiesa di Cristo.

Del tuo vangelo ci parla per primo Papia la cui testimonianza è raccolta dallo storico Eusebio di Cesarea nella sua “Historia Ecclesiastica”: “ Marco che fu interprete di Pietro, scrisse esattamente, ma non secondo l’ordine dei fatti, quanto ricordava delle parole e delle azioni del Signore. Egli infatti non ascoltò il signore e non fu suo discepolo, ma come ho detto, fu in seguito discepolo di Pietro, il quale impartiva insegnamenti a seconda delle esigenze, ma non presentava in modo sistematico le parole del Signore, sicché  a Marco non si possono imputare errori per averne messe per iscritto alcune cose come le ricordava; si preoccupò infatti soprattutto di non omettere nulla di quanto aveva udito e di non commettere inesattezze” (H. E., III, 39). Qualche difficoltà sul piano cronologico fa la testimonianza di Ireneo il quale precisa che tu avresti scritto il vangelo dopo”l’esodo” di Pietro e Paolo (Adversus Haereses III, 1, 1). Tutto sta a interpretare la parola “esodo” che si può intendere come “viaggio” o anche “morte”. Clemente di Alessandria scrive invece: “Quando Pietro predicava pubblicamente a Roma la parola di Dio e, assistito dallo Spirito Santo, promulgava il Vangelo, i numerosi presenti esortarono  Marco, il quale da gran tempo era discepolo dell’Apostolo e sapeva a mente le cose dette da lui, a mettere per iscritto la sua predicazione orale. Marco fece questo, e diede il vangelo a coloro che glielo avevano chiesto. Saputa la cosa, Pietro da parte sua, con i suoi consigli né impedì, né incoraggiò l’iniziativa” (H. E., VI, 14, 6 sgg.). (Continua...)

                                                          

                                                                     Sac. PASQUALE PIRULLI 

 

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