Venerdì 24 Settembre 2021
   
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Lettera a Pier Paolo Pasolini (quarta parte)

PASOLINI


Poeta e Regista Corsaro - Casarsa

Qualche giorno fa ho rivisto sul canale Raistoria il tuo viaggio in Terra Santa e non ti nascondo l’emozione derivante dal fascino del bianconero e del paesaggio ormai scomparso di Gerusalemme, Nazareth, Betlemme, Cafarnao, ecc. Certamente ricordi questo tuo sopraluogo in Terra Santa fatto dal 27 giugno all’11 luglio 1963 in compagnia di D. Andrea Carraro, dottor Lucio Settimio Caruso, Walter Cantatore e dell’operatore Aldo Pennelli. Da questo viaggio ti ripromettevi due finalità. La prima era quella di verificare in loco quello che nella sceneggiatura avevi intuito, immaginato quasi ascoltato di cose e luoghi. La seconda verificare la possibilità di girare il film nei luoghi in cui i fatti si erano svolti.

Ritorni a Roma con sei lunghi rulli di pellicola girata sui luoghi tradizionali dei fatti raccontati dall’esattore delle tasse (pubblicano) di Cafarnao Levi-Matteo ricco soltanto di una “impressione estrema di desolazione, di umiltà, di povertà” deciso a non fare assolutamente uso di quello che avevi visto e registrato in Israele e Giordania perché “c’è sempre qualcosa di troppo moderno e industriale”, ma deciso a realizzare il tuo film.

Con attenzione intelligente ritrovi lo scenario autentico e primitivo del Vangelo proprio nell’Italia Meridionale e ti soffermi a Matera, Crotone e a questo proposito annoti: “Il monte delle Beatitudini sembra uno dei luoghi più desolati della Calabria e delle Puglie (…) Mi aspettavo luoghi favolosi; ho avuto una lezione di umiltà, la vita, la morte simili a quelle sullo Jonio, fra Cutra e Crotone, ci sono tipici uliveti pugliesi (…) Bari vecchia può essere il luogo di uno dei miracoli di Cristo (…) Ma mi occorrerà una grotta dell’Annunciazione sulla quale non sia in costruzione una chiesa moderna, e dovrò trovare una Betlemme “vera” che sia il surrogato della Betlemme di oggi (…) forse l’unico problema sarà la ricostruzione del deserto, con questa luce, questa immensità di orizzonti, queste zolle spelacchiate, che ricordano un po’ l’Etna (…) e la ricostruzione delle rive del Mar Morto, uno dei pochissimi paesaggi che abbia in sé la grandiosità,un tremendo paesaggio lunare”. Sei “scandalizzato” e contrariato dalle grandi chiese che sono state costruite sui luoghi dell’annunciazione, della nascita, della morte di Gesù (ti riferisci alla basilica in costruzione a Nazareth su progetto dell’architetto italiano Giovanni Muzio e basilica della natività a Betlemme costruita dall’imperatore Giustiniano sulla precedente voluta da Costantino e poi quella del S. Sepolcro a Gerusalemme che racchiude il Calvario e l’edicola dell’Anastasis).

Il tuo amico Dottor Lucio S. Caruso annota con puntualità le tue reazioni:“Davanti alla basilica costantiniana (!!?) del Santo Sepolcro mi ha colpito un leggero moto di Pasolini, come di ripulsa. Il motivo – l’ho capito subito e poi lui stesso me lo ha confermato – è nel suo voler ricercare, al di sotto delle stratificazioni architettoniche successive, il volto della Terra Santa quale Gesù lo vedeva. Mi sembra sempre più chiaramente che il film vuol farlo nella viva prospettiva del contemporaneo, non in quella svaporata del lontano postero che attinge alla ricostruzione storica, o che indulge alle fantasie popolari”. Stai attentissimo alle puntuali annotazioni esegetiche di D. Andrea Carraro con il quale avverti una cordiale sintonia “anche perché don Andrea è veneto, parla con accento veneto” e con la sua “educazione cattolico-veneto-liturgica” è in grado di prefigurare le reazioni del pubblico cui sarà dato il film. Tu stai attento a scegliere lo stile giusto: “Gerusalemme è indubbiamente grandiosa e sublime. Se il film sarà semplice e scandito, in precedenza, all’arrivo a Gerusalemme dovrò mutare registro,per riassorbire l’allegria e la varietà dei luoghi sottoproletari e poveri e la grandiosità e la grandiosità di una folla e di una capitale”.

Ti rendi conto che non potrai girare il film in Israele perché sarà difficile recuperare delle persone disposte a fare le comparse perché impegnate nel lavoro industriale e poi le facce della gente di Giordania non ti convincono perché “Le facce degli arabi sono precristiane: indifferenti, allegre, animalesche, e un po’ funeree, su di esse non è passata, neanche da lontano, la predicazione di Cristo”.

Non puoi fare a meno di apprezzare il contributo del biblista D. Andrea Carraro che così viene ricordato dal Dott. Lucio Caruso: “Don Andrea con precisione di studioso dava spiegazioni traducendo in linguaggio semplice la sua complessa terminologia esegetica. Quasi non riconoscevo più in lui il mio severo professore di Bibbia. Mai una concessione al sentimento, neppure nell’inflessione della voce. Dava soltanto una spiegazione a quei luoghi, faceva udire la loro voce. E dall’espressione dei volti mi accorgevo che a parlare all’intimo di ognuno erano proprio quelle pietre che duemila anni fa furono bagnate dal sangue dell’Innocente. Via dolorosa: per qui è passato Gesù, l’uomo-Dio, con la croce sulle spalle in mezzo a una umanità allora come oggi indifferente. Ho chiesto a Pasolini se ancora gli sembrasse vera la frase del Battista: “In mezzo a voi è qualcuno che voi non conoscete” Mi ha risposto di sì”.

Vedendoti al lavoro l’amico Lucio Caruso non può fare a meno di sottolineare il tuo completo impegno, senza attenzione alla stanchezza e al caldo: “Pasolini ha una capacità di lavoro impressionante. Sembra non accorgersi del caldo atroce, anzi appare freschissimo, teso nell’attenzione, pronto a cogliere i più minuti particolari e a commentarli. Mi ha fortemente sorpreso in lui un interesse, più che sociologico, psicologico. Di fronte a questa gente misera, in ambienti malsani, lui non pensa agli enormi lro problemi sociali, alla mortificazione di tutta questa cenciosa comunità presa nel suo insieme, piuttosto sente il dramma del singolo individuo, il suo mondo spirituale, il rapporto individuo-alimentazione, individuo-stracci, ricerca i sintomi esteriori del loro fatalismo orientale, rileva che l’allegria della gente di qui poggia su un sottofondo o di mestizia o di bestialità, mai di serena gioia. Abbiamo visitato l’orto del Getsemani e quindi abbiamo proseguito per Emmaus, a un’ora d’auto. Il Getsemani è il luogo della paura e dell’angoscia di Gesù, qui sudò sangue, fu tradito da Giuda, abbandonato dagli apostoli. Pasolini ha ammiratogli ulivi, enormi, millenari, con i loro tronchi accartocciati e contorti che sono gli stessi di duemila anni fa. Ha parlato degli ulivi e non d’altro. Sembra un atteggiamento di difesa di fronte alla forte carica spirituale che questi luoghi sembrano emanare”.

Dinanzi alle acque del Giordano avverti il tuo imbarazzo di ateo estetizzante e lo confesserai ad Alfredo Bini: “Essere qui brutalmente e fisicamente davanti al Giordano mi dà un senso di imbarazzo e di mancanza di rispetto: sono imbarazzato soprattutto per ragioni estetiche”. L’amico Lucio Caruso annota la tua reazione nell’orto degli ulivi: “Gli ho detto che proprio qui, nell’orto del Getsemani, Gesù “si è fatto peccato”, si caricò cioè di tutti i nostri peccati per poi espirali sulla croce. Nel suo sguardo mi è sembrato di notare un lampo di commozione”. Dinanzi all’edicola che commemora l’Ascensione tu hai un pensiero che apre la responsabilità degli uomini nei confronti della storia: “E’ il momento più sublime di tutta la storia della Chiesa, il momento in cui Egli ci lasciò soli a cercarlo”.

Non riesce a smorzare il tuo entusiasmo neanche la lettera del 18 settembre 1963 che il Prof. Romano Guardini, l’autore del brillante saggio cristologico “Il Signore”, e perito al Concilio Ecumenico Vaticano II, ti scrive. Egli con sincerità ti esprime tutta la sua perplessità circa l’intervento dell’arte pubblicitaria (film, teatro, ecc.) sul Vangelo: “Gentilissimo Dottore, ho ricevuto il copione che mi ha spedito. Per quanto riguarda questo progetto, mi rincresce di non poter dare un giudizio positivo. Devo parlare chiaramente? Il trattamento che le cose sacre ricevono oggi dalla pubblicità non è certo tale da essere gradito a Dio. Io ritengo impossibile illustrare con un film la vita di Gesù. Non oso ad esempio immaginare in che modo nella realizzazione del film la persona di Cristo potrà essere fedelmente resa dal suo sfortunato interprete. Un po’ di "senso del mistero" mi sembra necessario. Perciò credo che sarebbe meglio non realizzare il progetto”.

Un sentimento sincero di gratitudine mi accompagna in questo dialogo epistolare perché con il tuo Vangelo tu aiuti molti a continuare nella speranza questa ricerca e di questa impresa sei stato un intelligente apripista. Avevi dato un saggio del tuo originale modo di tradurre il Vangelo in immagini realizzando nel 1963 l’episodio “La ricotta” del film RO.GO.PA.G in collaborazione con i registi Roberto Rossellini, Jean Luc Godard,Ugo Gregoretti.”Un poveraccio, Stracci, che pur affamato si è privato del modesto pranzo destinato dalla produzione alle comparse per darlo alla sua famiglia, trova una ricotta e la mangia avidamente col risultato che, appeso sulla croce dove impersona uno dei ladroni, muore davvero di indigestione. Non si poteva esprimere meglio la condanna di un certo cinema finto evangelico, contrapponendovi la realtà dei poveri, degli emarginati, di un Vangelo autentico da rivivere tra gli ultimi”. (cf G. MARZI, Incontri con gli scrittori:Pier Paolo Pasolini, Editori Riuniti, Roma 1965)

Il 4 gennaio 1964 in una breve lettera al produttore Alfredo Bini il P. Arcangelo FavaroS.J. del Centro Culturale San Fedele di Milano dava il suo positivo giudizio sulla tua sceneggiatura: “Carissmo dr. Bini, ho letto la sceneggiatura del Vangelo secondo Matteo che Pier Paolo Pasolini intende affidare allo schermo. L’ho trovata aderente e rispettosa del testo sacro. Se è geniale l’interpretazione dell’artista devo dire anche che è coraggiosa l’iniziativa del produttore. Sono certo che nel passaggio dal testo allo schermo la poetica di Pasolini saprà darci un’opera d’arte veramente degna del tema affrontato e m’auguro che la accoglienza del pubblico dia anche a lei la meritata soddisfazione. Da parte mia sono felice della modesta collaborazione che è stata accolta dall’autore con larga fiducia”. (Pier Paolo Pasolini, Vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, ed. Garzanti, Milano 1991, p. 267)

Finalmente ti decidi e il 24 aprile 1964 inizi le riprese. Tu sei sincero nel manifestare le tue personali motivazioni di questo gravoso impegno: “C’è aria di crisi dappertutto e evidentemente c’era anche in me. In me ha assunto questa specie di regressione a certi temi religiosi che erano stati costanti,però, in tutta la mia produzione. Non mi sembra ci si debba meravigliare davanti al Vangelo quando leggendo tutto quello che ho prodotto una tendenza al Vangelo era sempre implicata, fin dalla mia prima poesia del ’42. (…) Quindi un tema lontanissimo nella mia vita che ho ripreso, e l’ho ripreso in un momento di regressione irrazionalistica in cui quello che avevo fatto fino a quel punto non m’accontentava, mi sembrava in crisi e mi sono attaccato a questo fatto concreto di fare il Vangelo… E’ un momento di un filone che percorre tutta la mia storia, c’è di mezzo la mia opera e la mia vita. E poi, completamente nuovo, dal punto di vista interno, c’è che, mentre le altre mie opere religiose erano assolutamente private e stilisticamente squisite,"decadenti", come si vuole dire, qui il problema religioso non è un problema privato, ma è oggettivizzato nella fede, nel mito, nella mitologia altrui … Così, da mio che era, il problema religioso si è rovesciato nella mitologia, e nella religione altrui, trascinando con sé una serie di elementi espressivi, di valori nuovi o rimessi in discussione”. (Continua...)

Sac. PASQUALE PIRULLI

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