Lunedì 27 Settembre 2021
   
Text Size

Lettera a Pier Paolo Pasolini (quinta parte)

PASOLINI


Poeta e Regista Corsaro - Casarsa

Più volte sei stato accusato di essere un marxista atipico, magari non troppo ligio alla politica culturale dettata da Via delle Botteghe Oscure, ma ha sempre guardato con simpatica la lezione di Antonio Gramsci sulla cultura “nazional-popolare”: “Ora questo film può essere veramente nella linea «nazional-popolare» di cui parlava Gramsci. Ci son cose raffinate, nei costumi, nella musica, nei paesaggi; ci sono elementi cosiddetti “squisiti”, e forse “decadentistici”, nel senso consueto del termine,con grandi afflati di carattere nazional-popolare. È un racconto con un fondo favoloso da un lato, ideologico dall’altro, che non ricerca la fedeltà storica, la fedeltà filologica, la ricostruzione, il mondo nazionale ebraico del tempo”. Tu al metodo della «ricostruzione» preferisci quello della «sostituzione» e in questo caso recuperi sia la categoria della attualità sia quella a te cara della provocazione sociale: “Ripensandoci, ho capito che c’erano delle ragioni profonde, che sono quelle cui accennava un allievo, cioè la liberazione dell’ispirazione religiosa in un marxista, dagli elementi spurii che avevano ispirato Accattone, cioè la liberazione della disperazione che era in Accattone e che diventa ispirazione a sé stante. Il Vangelo secondo Matteo dovrebbe essere secondo me un violento richiamo alla borghesia stupidamente lanciata verso un futuro che è la distruzione dell’uomo, degli elementi antropologicamente umani, classici e religiosi dell’uomo…. Non ho aggiunto una battuta e non ne ho tolta nessuna, seguo l’ordine del racconto tale e quale come in S. Matteo, con dei tagli narrativi di una violenza e di una epicità quasi magiche presenti nel testo stesso del Vangelo, per cui questo film sarà stilisticamente una cosa molto strana. Infatti a grandi pezzi di film muto – per lunghi tratti i personaggi non parlano, ma devono rappresentare quello che dicono soltanto attraverso i gesti e le espressioni come si faceva nei film muti – seguono momenti invece in cui per venti minuti di seguito Cristo parla”. (cfr. Pier Paolo Pasolini, Colloquio, in Bianco e Nero, n. 6, giugno 1964)

Mi piace che nel tuo film il principio della «sostituzione» ci permette di attualizzare il messaggio rivoluzionario del Vangelo di Matteo: “Il modo dei ricchi e dei potenti, dei feudatari, gli “Erodi”, l’ho sostituito con quello dei potenti meridionali, con le loro sedi medioevali, i castelli pugliesi, svevi e normanni. E questo è l’aspetto più clamoroso e più appariscente del realismo del film, io pensavo sempre a qualcosa di immediato e di riconoscibile, per riportare quanto c’è di antico e di passato a esperienze nostre”.

Luisa Palmisano puntualizza questo tuo interpretare la storia evangelica come un «mito» sia pure sottolineando in esso l’universalità e l’attualità: “Si trattava cioè di liberare fatti e personaggi dal loro contesto storico per farli diventare frammenti ed emblemi di una storia fuori del tempo, vicenda metastorica e universale, vera oggi come ieri (un riferimento per esempio lo vediamo nella partenza dall’Egitto visto come un esodo di emigrati meridionali, oppure i riferimenti alla teppaglia fascista nei sicari di Erode,ecc.) Per l’ateo Pasolini, questi motivi avevano lo stesso valore ideologico e simbolico di una favola o di un miro; non era sottolineata infatti la loro validità a livello storico. Egli voleva far intendere l’opera come un racconto epico-lirico in chiave nazional-popolare, cioè come la storia di un mito religioso, quale fu vissuto da un popolo in miseria, oppresso da soldati stranieri e da una prepotente classe dirigente, senza tuttavia riferimenti storici ben precisi. D’altra parte, Pasolini, non credendo alla divinità di Gesù, non comprendendone cioè la vera dimensione soprannaturale e di conseguenza anche la sua auntetica umanità, non poteva che rappresentare la vita nella prospettiva di un «mito popolare». Pasolini propone un Cristo-mito e non un Cristo-Dio, cioè un leader che ha sì operato in un determinato contesto storico, ma che può essere preso come esempio da chi oggi vuole combattere come lui in favore degli oppressi. Nel film di Pasolini, il Cristo è visto come mito nel suo agire storico, perché ha reso tangibile, tra i poveri e gli oppressi, l’ideale di giustizia e di riscatto, idee destinate a perpetuarsi nel tempo grazie all’annuncio sempre coerente del suo messaggio che trova profonda simpatia e larga accoglienza tra le classi più diseredate della terra. Altri elementi nel film confermano questa interpretazione mitica della vicenda di Gesù: per esempio si faccia riferimento alla recitazione dei non attori, che spesso di muovono e pronunciano le battute come se dovessero rappresentare una finzione scenica; si pensi anche al modo in cui sono rappresentati interventi del soprannaturale, come le apparizioni dell’angelo, o i miracoli; in modo così dimesso da togliere loro il senso originario: l’angelo, per esempio, è un “deus ex machina” esterno e provvidenziale, che appare e scompare senza suscitare meraviglia in chi lo incontra, come avviene nelle favole” (cfr. Luisa Palmisano, Il Cristo in prima visione: La figura del Cristo nei films di Pasolini, Jewison, Rossellini e Scorsese, tesi discussa nell’anno accademico 1993-’94 presso Istituto Superiore di Scienze Religione «Odegitria» di Bari, pp. 55.56)

Con questa annotazione circa la lettura mitologica apro il capitolo delle deficienze della tua opera. Proprio la stessa Luisa Palmisano nella sua analisi annota: “Pasolini suole rendere visibile l’efficacia di un messaggio di giustizia e di riscatto a favore dei deboli e degli oppressi, contrapponendo ai primi la superbia, l’ottusità e la violenza delle classi politico-religiose dominanti. A tal fine, nell’ambito del testo evangelico, egli sottolinea soprattutto i discorsi di Gesù, scegliendo quelli prettamente sociali e in contrapposizione tra di loro. Pasolini, infatti, dei cinque grandi discorsi in cui Matteo articola la sua catechesi cristologica ed ecclesiologica, ne omette due, di cui il primo riporta le parabole (Mt 13; 15, 1-30) ed il secondo che è il grande discorso escatologico (Mt 24; 25). Le arbitrarie omissioni operate dal regista riducono il messaggio evangelico ad una proposta morale di indubbia efficacia rivoluzionaria,, ma poco rispettosa delle intenzioni della Parola che si è fatta carne. Inoltre sono stati omessi la maggior marte dei miracoli e sono stati tolti dal discorso della montagna tutti gli accenni al matrimonio e al celibato” (cfr. idem, o. c. pagg. 59-60) Non c’è che dire tu sei particolarmente violento nei confronti della borghesia e tu, pur essendo borghese per educazione e raffinatezza di gusto, ti sei sentito respinto dalla borghesia fin dagli primi anni del tuo impegno letterario e politico. Addirittura, stando al giudizio della stessa Luisa Palmisano, opponi borghesia (modo di vivere borghese) e religione (modo religioso di vivere) perché assolutamente incompatibili tra di loro. Borghesia nella tua concezione vuol dire attaccamento al possesso, e la religiosità è il contrario: esige il distacco dal possesso. “La vera religiosità è eredità dei poveri; di chi lo è per nascita, o di chi ha il coraggio di diventarlo”. Non ci si può dimenticare che nei tuoi film esprimi questa concezione epico-religiosa: “Quindi anche e soprattutto in personaggi miserabili, personaggi che sono al di fuori di una coscienza storica e, nella fattispecie, di una coscienza borghese, questi elementi epico-religiosi giocano un ruolo molto importante. La miseria è sempre, per sua intima caratteristica, epica, e gli elementi che giocano nella psicologia di un miserabile, di un povero, di un sottoproletario, sono sempre in un certo qual modo puri perché privi di coscienza e quindi essenziali. Questo mio modo di vedere il mondo dei poveri, dei sottoproletari, risulta, credo, non soltanto dalla musica, ma anche dallo stile stesso dei miei film”.

Nel Vangelo di Matteo abbiamo la controprova di questa tua scelta ideologica che è sposata anche dal Cristo che è seguito da apostoli poveri e che nella vita e nella predicazione si fa avvocato della causa dei poveri e degli emarginati.

Qualche annotazione estetica sul tuo film la permetterai. Sul piano figurativo non ti sottrai al fascino di Piero della Francesca e Masaccio che avevi studiato e amato a Bologna con la guida di Roberto Longhi.Non affidi ad un musicista di professione la composizione di una colonna sonora specifica ma recuperi con intelligenza e buon gusto musiche di Johann Sebastian Bach, Amadeus Wolfgang Mozart, Serghieji Prokofiev, cui unisci la Missa Luba, e vari canti popolari, coordinati ed eseguiti sotto la direzione di Luis Bacalov e Carlo Rustichelli. Indimenticabile la splendida fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli e il montaggio di Nino Baragli.

Ti sei posto il problema dell’immagine di Gesù Cristo e ci hai pensato molto: “Non volevo un Cristo dai lineamenti morbidi, dallo sguardo dolce, come nell’iconografia rinascimentale. Volevo un Cristo il cui volto esprimesse anche forza, decisione, un volto come quello dei Cristi dei pittori medievali. Una faccia, insomma, che corrispondesse ai luoghi aridi e pietrosi, in cui avviene la predicazione”. Hai scartato le ipotesi che ti si presentavano: un poeta, un uomo di lettere, un poeta americano o russo, uno sconosciuto attore tedesco. Sei rimasto folgorato dalla visita che ti ha fatto lo studente spagnolo Enrique Irazoqui che ti chiedeva informazioni sul tuo romanzo “Ragazzi di vita”: “Appena vidi entrare nello studio Enrique Irazoqui fui certo di aver trovato il mio Cristo. Aveva lo stesso volto bello e fiero, umano e distaccato, dei Cristi dipinti da el Greco. Severo, perfino duro in certe espressioni”. Come non rimanere emozionati dinanzi alla bellezza acerba e pensosa di Margherita Caruso cui affidi il ruolo di Maria negli episodi di Nazaret e di Betlemme e alla dolorosa e composta immagine della Madre ai piedi della croce interpretata dalla tua mamma Susanna Pasolini.

Una ultima annotazione critica riguarda proprio la figura del Cristo che tu presenti e la ricavo dall’analisi del tuo film fatta da D. Vito Marotta: “Il Cristo di Pasolini è un uomo battagliero ed ardente, difensore dei poveri, degli umili, degli oppressi, “ha la salda tempra di uno strenuo lottatore per la giustizia umana contro le insidie e le falsità dei governanti, dei Farisei, dei Sacerdoti dell’Antica legge”. Pasolini ha fatto un Cristo non duro, ma bizantino, coerente con la rivoluzione che sosteneva nel suo tempo, nello spirito di Matteo. Si tratta di un Cristo che è venuto sula terra per risolvere questioni fondamentali, per svegliare le coscienze con la bontà verso i semplici e le sferzanti parole del suo ammonimento verso i farisei. Per quel momento storico sono da considerarsi rivoluzionarie le predicazioni nelle quali si dichiara: “Fate agli altri quanto gli altri volete che facciano a voi”; “Non accumulate tesori su questa terra”; Nessuno può servire due padroni: Dio e il denaro”. La morte di Gesù con quel suo grido disperato sulla croce, non segna la sua sconfitta ma l’inizio di una rinascita sociale. Il film non volendo negare od offendere la divinità del Cristo, l’ha messa in ombra e non certo l’ha indicata con quel risalto che un film sulla figura di Cristo esigeva se voleva essere veramente fedele a quella tracciata dal Vangelo. Nell’opera pasoliniana non c’è stato un recupero del valore religioso del vangelo di Matteo da parte di un artista ateo, che pur desiderava recuperare il valore universale del Cristo attraverso la poesia ritenuta categoria valida d’interpretazione” (cfr o.c. pp. 92-93)

Se permetti ti devo dire grazie anche perché sei riuscito a far recitare alcuni tuoi amici del mondo delle lettere: Alfonso Gatto (Andrea), Enzo Siciliano (Simone), Natalia Ginzburg (Maria di Betania).

Alla fine ti devo dire ancora grazie per la dedica che hai voluto fare della tua opera al santo papa Giovanni XXIII, di cui avvertivi il fascino di uomo di fede venuto dal mondo umile dei contadini del bergamasco: «Alla cara – lieta – familiare ombra di Giovanni XXIII».

La prima visione del film l’hai offerta ai padri del Concilio Vaticano II e al di là di qualche perplessità già sopra annotata, essi hanno apprezzato la tua sincerità di artista e il tuo coraggio. Personalmente ti devo dire che più di una volta ho suggerito la proiezione del tuo film “Vangelo secondo Matteo” a differenza di quello più oleografico, cioè di grande rilievo estetico, e ecclesiasticamente corretto, cioè utilizzato quale sussidio catechistico, realizzato dopo qualche anno, (1977) da Franco Zeffirelli. (Continua...)

Sac. PASQUALE PIRULLI

Aggiungi commento

rispettando il regolamento http://regolamento.lavocedelpaese.it/

ULTIMI COMMENTI