Lunedì 27 Settembre 2021
   
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Lettera a D. Lorenzo Milani, Priore di Barbiana (FI) - prima parte

Don Milani

 

Caro Priore di Barbiana

In questa lettera, che certamente non avrà la risonanza sociale di quella che la tua “scuola di Barbiana” ha indirizzato ad una professoressa, manifesto della tua rivoluzione didattica, preferisco darti il titolo di “priore” che ti spetta per il tuo servizio pastorale alla remota comunità di S. Andrea nella frazione di Barbiana nel comune di Vicchio nel Mugello.

Mi piacerebbe deporla sulla tua tomba di marmo bianco nel cimitero di cui tu avevi avuto tanta cura scrivendo nel tuo libro Esperienze Pastorali: “Il camposanto è un’orticaia, non guardate se sono morti vostri o no. Pensate anche ai morti degli altri. Fate questo bene a degli sconosciuti e lassù dove avete lasciato i vostri morti qualcuno penserà a zappettare le loro tombe”. (p. 315)

Vorrei prima di tutto che tu mi raccontassi della tua vita alla quale è giusto apporre lo slogan “I care” che avevi posto all’ingresso della tua scuola, sempre a dire la tua passione nei confronti dei tuoi ragazzi che nel sacerdote scoprivano un educatore sapiente e intelligente anche se provocatore nei confronti della società e a volte anche della Chiesa.

A dire la mia stima e sommessa amicizia nei tuoi confronti che non ti ho potuto dire in vita, valga quanto inizialmente ti confido. Nell’estate del 1979 tutti si aspettavano la mia nomina a parroco di San Giovanni Battista in Turi, dove per ben tredici anni ero stato cappellano della Casa Penale per Minorati Fisici e vicario parrocchiale della Parrocchia Maria SS. Assunta e nell’ultimo anno amministratore della stessa parrocchia di S. Giovanni Battista. La decisione del vescovo Mons. Antonio D’Erchia sorprese tutti perché quella nomina andò ad un sacerdote più anziano e ricco dell’esperienza pastorale in Brasile in quanto sacerdote “fidei donum” ed io fui mandato parroco S. Maria Addolorata di Triggianello, frazione di Conversano, che ho sempre considerata “la mia Barbiana”, non solo per la dislocazione geografica ma anche per l’aiuto che durante quegli anni offrivo alla crescita degli alunni che andavano a scuola.

1.- Sei nato a Firenze il 27 maggio 1923 da Albano e Alice Weiss e hai un fratello maggiore Adriano e una sorella più piccola Elena. I tuoi genitori, di alto rango sociale, sono agnostici, ma nel 1930 a causa di difficoltà economiche si spostano a Milano.Qui con lo spauracchio del nazismo che domina in Germania decidono di celebrare il matrimonio religioso e nella chiesa di Gigliola battezzare voi bambini. Tu dirai sempre che hai ricevuto un “battesimo fascista”. Hai modo di frequentare i primi due anni di ginnasio presso il padri barnabiti dell’istituto Zaccaria e agli esami di ammissione, sostenuti presso il liceo Chiabrera di Savona, sei rimandato con 3 in italiano e 4 in latino, ma superi gli esami di riparazione e frequenti dopo il liceo Berchet di Milano. Avendo la passione per la pittura ti iscrivi anche all’Accademia di Brera. Qualcuno dice che a Milano hai fatto la vita di bohemien affascinato dai colori della natura e hai una infatuazione per la modella Tiziana conosciuta a Brera. Sei tu che autonomamente chiedi a D. Vincenzo Viviani di prepararti alla prima comunione. Fai la spola tra Milano e Firenze e stringi amicizia con Oreste del Buono e Saverio Tutino e poi con Luca Pavolini, che intraprenderanno la carriera di giornalisti. Mentre sei in vacanza a Gigliola con la famiglia ti viene l’idea di affrescare una cappellina e quindi ti confronti con la liturgia anche se ne consideravi l’aspetto estetico. Durante gli anni di seminario hai distrutto i tuoi appunti che documentavano la tua ricerca e anche gli schizzi degli affreschi che avevano come tema la S. Messa. Proprio durante gli anni trascorsi al liceo Berchet hai una positiva esperienza di amicizia affettuosa con Carla Sborgi che tu più tardi presenterai ai tuoi ragazzi con l’espressione: “Ora vi farò conoscere la mia ex fidanzata”.

La svolta decisiva della tua vita di giovane brillante avviene il 3 giugno 1943 quando ti presenti a D. Raffaele Bensi nella chiesa di San Michele in Visdomini con queste parole: “Mi chiamo Lorenzo Milani. Ricorda?, ci siamo conosciuti l’anno scorso , davanti alla prefettura. Non voglio confessarmi, non sono nemmeno cristiano anche se, come figlio di un’ebrea, ho ricevuto il battesimo per salvarmi il corpo. Ora è l’anima che vorrei salvare. Desidero parlare con lei”. Don Bensi più tardi ricorda: “Dovevo correre a San Quirichino a Marignolle, fuori città, dove un giovane prete, mio alunno, era morto lo stesso giorno.” – Se permette, mi disse il giovane, l’accompagno”. Andammo così fino in campagna. La sua anima mi si spalancò tutta. Capii di aver davanti un uomo molto diverso da tutti quelli conosciuti fino allora. Quel ragazzo, anche se stava ancora cercando la verità, era già pieno di Spirito Santo. Poi, quando fummo davanti al letto del giovane prete morto, don Dario Rossi, egli mi disse, semplicemente: io prenderò il suo posto”. (cfr. N. FABRETTI, Intervista, in Domenica del Corriere, 27 giugno 1971) Non aspetti tempo e con tua personale decisione il 12 giugno 1943 ricevi il sacramento della Confermazione dall’arcivescovo Elia Dalla Costa e poi chiedi di entrare in seminario a Firenze. Affronti quella che per te è la dura esperienza della vita del seminario e il tuo car.mo “mi’ babbo –mi’ nonno” offre questa luminosa testimonianza: “Lorenzo si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva ferirsi e ferire. E così fu. In seminario cozzò immediatamente contro metodi e mentalità che non avrebbe mai potuto accettare. Furono conflitti spesso paurosi, che lo laceravano fino allo spasimo. Allora correva da me. Si confessava in genere di lunedì, ma spesso mi cercava due o tre volte la settimana. Quando era costretto a ingoiare rospi che non riusciva a mandar giù, correva da me, mi chiedeva aiuto”.

Più tardi nel tuo libro Esperienze Pastorali ricorderai un episodio significativo per spiegare poi il significato della tua rivoluzione sociale che si gioca prima di tutto sul piano culturale: “Un giorno che s’era intasato un gabinetto del seminario e c’erano due servitori a rimediare, sentii per caos il discorso del più giovane di loro: “I signori bisogna servirli tutti: da cima… fino in fondo”. Un mio compagno che è nato ricco ed era entrato in seminario tutto gonfio del più orgoglio di starsi facendo povero coi poveri, restò come pugnalato da questa frase. E sì che a quei giorni in seminario si pativa letteralmente la fame né v’era riscaldamento di sorta. Ma la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale. Noi nelle nostre camerette, con le mani paonazze dai geloni, i piedi tutto un ghiacciolo e lo stomaco contratto dalla fame, noi eravamo davanti a un libro. Lui, il giovane servitore, era dinanzi a un gabinetto intasato”.

Nell’incontro con il Signore tu avverti anche la difficoltà del dono della tua libertà e il 14 marzo 1944 ne scrivi alla mamma con sincerità: “Cara mamma, mi dispiace che tu senta il peso della mia mancanza di libertà. Ma non ci pensare perché io non ne sento punto. Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela. Chi regala la sua libertà si libera dal peso di portarla. Magari potessi regalarla davvero, ma la tonsura non è che un bigliettino d’avviso in cui si dice al Signore: “Spero fra due anni di poterle fare un regalo”. Il “passo” si fa col Suddiaconato, ma anche lì è ben poco e poi senti uno che vuole tenersi la libertà di andare a prendere il sole e sul mare si leva la libertà di poter dir Messa. Dunque non è libero. Io per esempio mi son o preso tutte le libertà possibili immaginabili e poi mi sono accorto che c’era una grande cosa (la più grande) che non potevo fare. Prima di morire voglio prendere anche questa libertà di dir Messa. Se ti dicono: “Oh il suo povero figliolo non può neanche andare al cinematografo o prender moglie o prendere il sole e deve avere delle buffissime gambe bianche”, gli devi rispondere: “NO, non è che non può, non vuole. Non è libero di non volere?” La libertà, ha detto Camus, è al principio di tutte le rivoluzioni!”.

Finalmente, dopo il corso di esercizi spirituali predicato da D. Giulio Facibeni, il fondatore dell’opera Madonna del Grappa, il 13 luglio 1947 nel duomo S. Maria del Fiore il card. arcivescovo Elia Dalla Costa ti ordina presbitero e il giorno dopo celebri la tua prima messa nella chiesa di San Michele Visdomini con l’assistenza del car.mo d. Raffaele Bensi.

 

2.- Dalla curia ti arriva il primo incarico, quello di viceparroco nella parrocchia di San Donato in Calenzano.

Non è molto idilliaco il tuo rapporto con l’anziano prevosto D. Daniele Pugi al quale, afflitto dal deserto della parrocchia, attribuivi questa preghiera: “Perdonali perché non sono qui con te!” in riferimento ai parrocchiani. Da parte tua preferivi rivolgerti al Signore con queste parole: “Perdonaci perché non siamo là con loro!”.

La tua vivacità culturale la esprimi rivolgendo attenzione alle esperienze pastorali di D. Primo Mazzolari, il focoso parroco di Bozzolo, e di D. Zeno Saltini, il fondatore di Nomadelfia.

Leggi con interesse il periodico Adesso, guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche, e ne diventi collaboratore perché il 15 novembre 1949 vi pubblichi la tua nota dal titolo: “Franco, perdonaci tutti: comunisti, industriali, preti”. de poi il 15 dicembre 1950 l’articolo: Natale 1950: "Per loro non c’era posto". A te, prete con l’animo di artista, arrivava questa sua dichiarazione provocatoria di colui che dopo S. Giovanni XXIII qualificherà “La tromba dello Spirito Santo nella bassa”: “Io venderei un Raffaello, un Michelangelo, un Della Robbia piuttosto che veder patire la mia povera gente”.

Non potrai dimenticare queste parole di D. Zeno: “Padre Lombardi dice sempre: i ricchi devono dare. Sta a sentire: perché non insegni alla gente che deve prendere? Noi non siamo contro nessuno. E’ il governo contro di noi, Se mi domandano: secondo lei, De Gasperi cos’è? Risponderei: Per me è un tiranno. Tutti quelli che comandano con lui per noi sono dei tiranni, in quanto non ci garantiscono la vita. E’ un governo cattolico quello che lascia maneggiare miliardi agli speculatori? Non si può dire che uno è cattolico e uno no, perché uno va a Messa e l’altro non ci va. La condividi o no questa vita con gli altri? Se non la condividi che cattolico sei? Sei un rospo, un lazzarone, un falso, un delinquente!”. (Continua...)

Sac. PASQUALE PIRULLI

Commenti  

 
#1 Amodio Rosa 2016-02-21 18:24
Ho conosciuto Don Milani leggendo le sue opere e sono rimasta affascinata da questa figura, forte ed umile al tempo stesso. Ho anche sofferto molto nel leggere le peripezie della sua vita e delle incomprensioni, anche da parte della Chiesa. Ho visitato la scuola di Barbiana qualche anno fa percorrendo a piedi, con il C.A.I., la zona montana in cui si trova. Sono sempre una grande ammiratrice di Don Milani e ogni qualvolta vedo il suo nome mi soffermo a leggere tutto ciò che lo riguarda. Grazie Don Pasquale per avermi dato l'opportunità di rivisitare un pezzo di vita di Don Lorenzo Milani.
 

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