Venerdì 03 Dicembre 2021
   
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Lettera a Don Lorenzo Milani - Quarta parte

don Milani 2

 

Il 20 dicembre 1958 L’Osservatore Romano riportava questa breve notizia: “La suprema Sacra Congregazione del S. Uffizio ha ordinato che il libro Esperienze Pastorali di don Milani sia ritirato dal commercio, e ne ha inoltre proibito ogni ristampa e traduzione... Tale provvedimento vuole essere indubbiamente un serio richiamo ai figli della Chiesa, e in particolare ai Sacerdoti, affinché non si lascino sedurre da ardite e pericolose novità, che minacciano di insinuarsi nell’animo di certi soggetti meno preparati al grave e arduo compito dell’apostolato in campo sociale”. L’anonimo autore dell’articolo ti rivolgeva l’accusa di utilizzare un “atteggiamento classista”, di “essere allineato con i nemici della Chiesa contro la dottrina sociale cristiana e le ben note direttive impartite in tale materia dalla Gerarchia”, la sponsorizzazione di un rigido ed esasperato classismo, della lotta sindacale e politica, della denigrazione della borghesia “additato come il nemico numero uno della povera gente”. La conclusione è quanto mai pilatesca perché scarica la responsabilità anche sulle autorità che ne hanno permesso la stampa: “Un libro come questo è destinato ad aumentare la non mai abbastanza deprecata confusione delle idee, a disorientare più che ad orientare saggiamente gli uomini di buona volontà chiamati per divina vocazione a svolgere la loro attività missionaria in un campo tanto delicato e difficile: perciò non si sarebbe dovuto consegnare alle stampe… I consensi accordati da certa stampa comunista – sia pure con qualche riserva – a questo libro, bastano di per se stessi a ingenerare un legittimo sospetto circa l’ortodossia del nuovo metodo pastorale di don Milani… A spiegare il fatto dell’Imprimatur accordato ad Esperienze Pastorali, occorre tener presente che nella concessione dell’approvazione ecclesiastica è intervenuta una serie di equivoci, ai quali è completamente estranea la superiore Autorità Diocesana: sono appunto questi equivoci che hanno impedito un esauriente esame del libro”. Anche questa del giornale romano è una stroncatura che coinvolge il revisore ecclesiastico (P. Reginaldo Saltini), l’arcivescovo mons. Giuseppe D’Avack che aveva scritto la prefazione e il card. Elia Dalla Costa che aveva dato l’imprimatur.

Tu reagisci anche alla lunga recensione negativa firmata da mons. Francesco Olgiati sulle pagine della Rivista del clero italiano e a lui scrivi l’11 febbraio 1959: “Lei ha scritto 17 pagine sul mio libro. Ha accuratamente citato e perfino lodato i miei autorevoli detrattori. Non era giusto che ella informasse i suoi lettori che ho anche degli autorevoli sostenitori? Monsignor D’Avack è un Arcivescovo, il mio Arcivescovo è un cardinale. Padre Santilli è, anche per quest’anno, uno dei Censori della nostra diocesi. P. Perego è un semplice frate (…) Lei dunque è stato onesto e in buona fede quando ha riversato tutta su un povero pretuccio la responsabilità di un libro di cui un vescovo aveva assunto direttamente la responsabilità e un Cardinale indirettamente aveva fatto altrettanto? La prefazione di mons. D’Avack non è una prefazione qualsiasi. È un confermare e in più punti accentuare le principali verità del libro. Perché il suo giornale non ospiterebbe un attacco contro di lui? Rispetto della gerarchia? E il mio arcivescovo? “Una serie di equivoci”. È una bugia. E lei lo sapeva. Tutti coloro che hanno letto l’articolo dell’Osservatore Romano l’hanno inteso a volo. Se quegli equivoci ci fossero stati io sarei stato sconfessato ignominiosamente molto prima e non 8 mesi dopo l’uscita del libro, l’esaurirsi di due edizioni e il molto chiasso che il libro aveva già fatto. Un vescovo che mi onora della sua stima e vede dinanzi a sé il nulla osta di un suo censore e la prefazione di un suo confratello (non guardi le date, la prefazione sul libro porta la data della sua ultima revisione) è tratto in equivoco? Perché non attacca lei il mio Cardinale? E anche per la sua lettera sulle officine Galileo (letta in tutte le chiese della diocesi) che è più classica del mio libro. «Lettera di un vecchio rimbecillito?» Era rimbecillito anche quando elesse il Papa? Lo scriverebbe lei sul suo giornale? No. Rispetto per la Gerarchia! E allora rispettiamola anche nelle sue umili propaggini. Un povero piccolo prete di montagna si può infamare e calunniare senza far danno alla Chiesa? È onesto questo? Me lo spieghi”.

Un sospiro di sollievo in questa bailamme la ritrovi nel giudizio del papa Giovanni XXIII, di cui scrivi a un tuo amico in data 7 marzo 1960: “Al Papa il mio libro piace molto e, per questo, coloro a cui non piace hanno potuto ottenere semplicemente un divieto di proseguirne la diffusione. Non c’è stata condanna dottrinale. Penso fosse semplicemente inopportuno per il momento storico, in caso contrario la Chiesa avrebbe proibito alle migliaia di preti e di laici che l’avevano già comprato di farlo leggere ai loro amici”. Tu non sei venuto a conoscenza del primo giudizio che il card. Angelo Giuseppe Roncalli aveva dato scrivendone il 1° ottobre 1958 al vescovo di Bergamo Mons. Giuseppe Piazzi: “Ha letto, Eccellenza, la Civiltà cattolica del 20 settembre circa il volume “Esperienze pastorali”? L’autore del libro deve essere un povero pazzerello scappato dal manicomio. Guai se si incontra con qualche confratello della sua specie! Ho veduto anche il libro. Cose incredibili. (…) Ab insidiis diaboli libera nos Domine!” Giustamente D. Franco Molinari fa riferimento a questa lettera nel suo volume “I peccati di papa Giovanni” (Marietti editori, p. 164).

Anche il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi in una sua lettera del 3 marzo 1959 aveva criticato pesantemente il tuo dilettantismo nel trattare i problemi economici, ma aveva onestamente riconosciuto una tua originale intuizione di demografia: “Lei ha evidentemente l’occhio per vedere e non solo per curiosare. Chi ha mai, fuor di lei, elevato il “letto”, in congiunzione col numero delle stanze e delle persone, ad indice di affollamento a causa dell’uso successivo del medesimo letto da diverse persone? Per lo più si parla distanze, di metri quadrati, di tante cose pertinenti o futili; ma lei scopre che la vera unità, il “letto”, è nozione rappresentativa, illuminante (…). Solo chi conosce uomini e donne, ne sa la vita e i veri problemi, sa interrogare e vedere".

A differenza di P. Angelo Perego, il primo papa della storia che appartiene alla stessa Compagnia di Gesù come P. Jorge Bergoglio, cioè Papa Francesco, in una conversazione del 10 maggio 2014 riconoscerà il grande valore della tua proposta educativa dicendo ai giovani: “Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, nelle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Ma se uno ha imparato ad imparare, ed è questo il segreto, imparare ad imparare! Questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegna anche un grande educatore italiano, che è un prete: don Lorenzo Milani”.

Così, per iniziativa del dispotico mons. Mario Tirapani il 6 dicembre 1954 ti ritrovi al confino dove ti accompagnano Eda e Giulia Pelagatti. A Barbiana sei accolto da un vero diluvio. Eda diceva: “Ma hai visto dove ci hanno buttato? Hai visto dove ci siamo ritrovati… E arrivare, in pieno inverno, in una casa buia perché mancava la corrente elettrica, senza acqua corrente, con un gabinetto dar far pietà e misericordia… Poi la canonica era proprio tenuta alla contadina: coi polli che zampettavano dentro dalla porta”. È significativo il fatto che il giorno dopo vai a trovare il tuo amico D. Renzo Rossi che ricorda: “Venne a trovarmi in canonica, giù a Vicchio. E mi chiese di accompagnarlo in municipio, perché voleva comprarsi la tomba nel camposanto di Barbiana.. Gli feci una risata in faccia, mi venne proprio spontaneo: “Quanto tu se’ bischero!”. Ma lui mi spiegò che la tomba lo avrebbe fatto sentire totalmente legato alla sua nuova gente nella vita e nella morte”.

Non posso fare a meno di chiederti dei tuoi rapporti con i tuoi arcivescovi, prima il card. Elia Dalla Costa e poi il card. Ermenegildo Florit che gli succede nell’anno 1962. So che avevi una passione per la bicicletta anche se era una sgangherata Bianchi, bisognosa delle continue cure del meccanico Ferruccio Francioni. Un giorno hai fatto quasi 180 km per andare a visitare tre ragazzi che erano alla colonia marina di Calambrone presso Livorno e ne scrivi anche alla tua mamma. A proposito di Arcivescovo e bicicletta il tuo amico d. Renzo Rossi racconta un aneddoto simpatico: “Togliersi la tonaca, a quei tempi, era scandaloso e proibitissimo. Ma, dovendo andare a Roma in bicicletta, Lorenzo chiese al cardinale l’autorizzazione a non indossarla durante il viaggio. Dalla Costa disse di no. E lui, obbediente perfino nelle piccole cose, si mise in viaggio per Roma con la tonaca. Ammaestrato dalla sua esperienza, andai anch’io dal cardinale: ma solo per chiedere il permesso di andare a Roma in bicicletta (allora bisognava chiedere permessi per cose del genere!). Mi guardai bene dall’accennare alla tonaca. Dalla Costa mi disse, sorridendo, di stare attento e di non stancarmi troppo e… di non sudare. Obbedii al mio vescovo, per non sudare, ma durante il viaggio portai semplicemente i pantaloni”. Purtroppo il buon e santo arcivescovo Dalla Costa non potrà difenderti dalle basse rimostranze dei tuoi confratelli e cedendo alle pressioni di mons. Mario Tirapani ti spedirà nell’esilio di S. Andrea nella frazione di Barbiana che tu raggiungi il 6 dicembre 1954.

Più tardi ritornerò sulla tua esperienza di Barbiana che si incentra sulla tua attività di maestro e che poi sarà documentata dalla famosa "Lettera a una professoressa". Adesso mi preme seguire un po’ le tue burrascose relazioni con la curia fiorentina in cui la facevano da padroni ecclesiastici molto critici nei tuoi confronti. Lascio stare l’arcivescovo card. Elia Dalla Costa, che negli ultimi anni aveva perduto un po’ il controllo della situazione ed era stato affiancato dal vescovo ausiliare arciv. Ermenegildo Florit, che nel 1962 gli succede, e dal vicario generale mons. Mario Tirapani e dal suo successore mons. Giovanni Bianchi.

Pur nell’esilio di Barbiana continuavi a seguire con passione la vita della Chiesa, della quale rilevavi che: “Errori nella Chiesa ce ne sono. Ma la Chiesa è la Madre. Se uno ha la madre brutta, chi se ne frega”. Queste tue parole le ricordava il dottor Vittorio Lampronti. Tu in altra occasione confessavi scrivendo al tuo amico Marco Ramat il 31 maggio 1961: “Chissà per quale misterioso motivo certo è che dalla Chiesa Matrigna io non ho ancora potuto avere la soddisfazione di ricevere un richiamo in 18 anni che le son figliastro, mentre il povero Bruno ogni poco ha da salire quelle scale!”.

4.- Mi soffermo a rileggere un tuo testo non molto conosciuto dal titolo “Un muro di foglio e di incenso” ma che dice tutta la tua passione per la Chiesa che nei tuoi confronti hai sperimentato “matrigna” per le tante vessazioni subite.

Certamente hai letto l’intervista che l’ineffabile arcivescovo di Palermo card. Ernesto Ruffini aveva rilasciato al giornalista Francesco Rosso e pubblicata il 22 maggio 1959 su La Stampa. Egli era intervenuto pesantemente nella politica siciliana e aveva minacciato il ricorso al S. Uffizio contro l’esperimento guidato da Silvio Milazzo, rievocando il decreto di condanna dei comunisti del 1949. Il prelato palermitano aveva condannato le «aperture a sinistra»: “Queste aperture a sinistra sono pericolose ingenuità perché i social comunisti, sottili dialettici, sono più integralisti di noi cattolici. Appena gli si apre uno spiraglio, entrano con tutto il loro bagaglio ideologico e finiscono per imporcelo. Abbiamo il dovere di difendere la libertà democratica da questi tentativi di sovversione. Guardi che cosa accade nei Paesi d’oltrecortina, a quei popoli sottomessi contro la loro volontà”. Il cardinale faceva un elogio sperticato della Spagna del Caudillo Francisco Franco: “Voi giornalisti parlate pochissimo della Spagna, direi che vogliate ignorarla di proposito. Eppure averla amica potrebbe esserci di validissimo aiuto contro il comunismo; non dimentichi che venti nazioni parlano la lingua spagnola, e quei popoli sono tutti cattolici. Io non sono mai stato fascista, ma durante un viaggio in Spagna ho chiesto di essere presentato al Generale Franco per ringraziarlo di quanto ha fatto. Avevo visitato villaggi nuovi per gli operai, istituti e collegi per i bambini poveri, realizzazioni formidabili per l’assistenza sociale”. (Continua...)

Sac. PASQUALE PIRULLI

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